Sicurezza
tribunale
Il padre della 16enne morta suicida: «Violentata dallo zio»
di Stefano Taglione
PISA. «Perché non l’ho denunciato subito? Io e mia moglie volevamo avere la certezza che nostra figlia dicesse la verità. Ma sarebbe stato meglio ammazzarlo». A parlare è un padre. Il padre di una...
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PISA. «Perché non l’ho denunciato subito? Io e mia moglie volevamo avere la certezza che nostra figlia dicesse la verità. Ma sarebbe stato meglio ammazzarlo». A parlare è un padre. Il padre di una ragazzina di 16 anni che, per l’accusa, sarebbe stata violentata dallo zio, suo cognato. E che oggi non c’è più: è morta suicida nell’agosto del 2009 perché quel mondo per lei era diventato inospitale.
Una bimba «brava, ubbidiente e rispettosa». Lo ha ribadito ieri il babbo, rispondendo alle domande del pubblico ministero della procura di Pisa Flavia Alemi, del collegio giudicante e degli avvocati Ezio Menzione e Alessandro Zarra, che hanno ascoltato anche altri testimoni. Una vicenda inquietante, sulla quale ha indagato la squadra mobile di Pisa, quella che si trascina negli anni in un comune della provincia di Pisa. Con una famiglia afflitta da tante problematiche: poco presente ed economicamente in difficoltà. E con la sedicenne che, dopo averci già provato, decide di togliersi la vita con un’overdose di metadone la sera del 13 agosto del 2009, morendo alle 8 di mattina di Ferragosto.
La sua breve vita è stata un incubo. Lo confermano le parole del padre, chiamato a testimoniare in tribunale sulle presunte violenze sessuali messe in atto dallo zio, oggi residente in Lucchesia. Con la Procura che indaga sulle cene e su quei dopocena durante i quali i due, spesso, passavano del tempo insieme. «Qualche volta andavano a mangiare insieme a mia moglie, altre volte da soli», sostiene il padre. Che all’inizio non poteva immaginare nulla. «Era un membro della famiglia, non c’era motivo di dubitare – argomenta – e la bimba la vedevo tranquilla. Tornava a casa sorridente». Ma quel sorriso era una maschera. Tanto che dopo un po’ è emersa la verità. Svelata ai genitori. «Mi è cascato il mondo addosso – ricorda il babbo – perché io sapevo solo che al massimo andavano a fare un giro in macchina. Ha iniziato a piangere: se suo zio fosse vissuto nel mio stesso paese, l’avrei tolto dal mondo».
L’uomo – omettiamo tutte le generalità – non abitava in provincia di Pisa, ma in Lucchesia. «Se le hai mai regalato qualcosa? – risponde l’uomo al pm – che io sappia uno stereo. Il cellulare lo aveva già, può darsi, non so se glielo abbia comprato lui. Soldi in mano, liquidi, che sappia io mai», dice davanti al collegio giudicante dell’aula 2 del tribunale. Lo zio, però, di tanto in tanto aiutava i genitori. Che erano in difficoltà economiche, visto che il padre era disoccupato. «Quando sua madre, mia suocera, morì – ricorda il babbo – lui disse che mia moglie avrebbe beneficiato di un’eredità di 4-5mila euro, che per il momento avrebbe tenuto lui. Ma quei soldi, lo abbiamo scoperto solo dopo, sono stati spesi in “bischerate”. Per le cene, ad esempio. In qualche occasione lui li aveva utilizzati per acquistare il materiale scolastico della bambina».
Una bimba «brava, ubbidiente e rispettosa». Lo ha ribadito ieri il babbo, rispondendo alle domande del pubblico ministero della procura di Pisa Flavia Alemi, del collegio giudicante e degli avvocati Ezio Menzione e Alessandro Zarra, che hanno ascoltato anche altri testimoni. Una vicenda inquietante, sulla quale ha indagato la squadra mobile di Pisa, quella che si trascina negli anni in un comune della provincia di Pisa. Con una famiglia afflitta da tante problematiche: poco presente ed economicamente in difficoltà. E con la sedicenne che, dopo averci già provato, decide di togliersi la vita con un’overdose di metadone la sera del 13 agosto del 2009, morendo alle 8 di mattina di Ferragosto.
La sua breve vita è stata un incubo. Lo confermano le parole del padre, chiamato a testimoniare in tribunale sulle presunte violenze sessuali messe in atto dallo zio, oggi residente in Lucchesia. Con la Procura che indaga sulle cene e su quei dopocena durante i quali i due, spesso, passavano del tempo insieme. «Qualche volta andavano a mangiare insieme a mia moglie, altre volte da soli», sostiene il padre. Che all’inizio non poteva immaginare nulla. «Era un membro della famiglia, non c’era motivo di dubitare – argomenta – e la bimba la vedevo tranquilla. Tornava a casa sorridente». Ma quel sorriso era una maschera. Tanto che dopo un po’ è emersa la verità. Svelata ai genitori. «Mi è cascato il mondo addosso – ricorda il babbo – perché io sapevo solo che al massimo andavano a fare un giro in macchina. Ha iniziato a piangere: se suo zio fosse vissuto nel mio stesso paese, l’avrei tolto dal mondo».
L’uomo – omettiamo tutte le generalità – non abitava in provincia di Pisa, ma in Lucchesia. «Se le hai mai regalato qualcosa? – risponde l’uomo al pm – che io sappia uno stereo. Il cellulare lo aveva già, può darsi, non so se glielo abbia comprato lui. Soldi in mano, liquidi, che sappia io mai», dice davanti al collegio giudicante dell’aula 2 del tribunale. Lo zio, però, di tanto in tanto aiutava i genitori. Che erano in difficoltà economiche, visto che il padre era disoccupato. «Quando sua madre, mia suocera, morì – ricorda il babbo – lui disse che mia moglie avrebbe beneficiato di un’eredità di 4-5mila euro, che per il momento avrebbe tenuto lui. Ma quei soldi, lo abbiamo scoperto solo dopo, sono stati spesi in “bischerate”. Per le cene, ad esempio. In qualche occasione lui li aveva utilizzati per acquistare il materiale scolastico della bambina».
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