Il Tirreno

Lucca

«La mia vita? È tutta scritta nelle mie canzoni»

di FLAVIA PICCINNI
«La mia vita? È tutta scritta nelle mie canzoni»

Laureato in giurisprudenza, «poi è arrivata la musica»: la storia di Effenberg

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Quando gli chiedi di parlarti di lui, Effenberg sorride: «La biografia più dettagliata è nelle mie canzoni» risponde, e allora diventa difficile insistere. Perché le canzoni di questo lucchese classe 1982, capelli scuri e occhi sfuggenti, quel modo di vestirsi così popolare fra i cantautori italiani contemporanei, stanno in bilico fra la grazia e la disperazione, come perfettamente racconta il disco, uscito ormai due anni fa, “Elefanti per cena”.

Effenberg naturalmente è uno pseudonimo. Lui si chiama Stefano Pomponi, esordisce nella musica nel 2015 con “Piazza Affari chiude in calo”, una sorta di happening in sequenza perpetua: viene suonato in giro per l’Italia ma non diventa mai, per decisione dell’autore, un album vero e proprio. «Adesso – mi spiega lui - sto registrando un nuovo disco, e suono in concerto».

Ma, forse, è meglio cominciare dall’inizio. Da quando le prime note hanno iniziato a vibrare: «Avrò avuto dodici o tredici anni quando ho fatto la mia prima lezione di chitarra. In famiglia non suonava nessuno quindi non so cosa mi abbia spinto su questa strada, fatto sta che mi feci regalare una chitarra classica da mia nonna e cercai un maestro per fare qualche lezione. Purtroppo dopo poco mi stancai e abbandonai tutto. Il mio rapporto con la musica comunque è sempre stato molto intenso. Per un periodo ho fatto anche il dj. E poi a 18 anni ho scritto la mia prima canzone, che registrai con un quattro piste a casa di un amico».

Per anni, poi, il buio. «Ma nel 2014, così, all’improvviso, mi sono messo a scrivere una canzone e in poco tempo ho registrato un disco. Non l’ho mai pubblicato, ma la musica si è trasformata in una parte di me. Ormai - scherza - è troppo tardi per tornare indietro. Ci sono dentro fino al collo, e tocca andare avanti a suonare».

Effenberg svela che la musica colonizza le sue giornate: «In questo periodo sto lavorando al secondo disco, quindi mi capita spesso di passare parecchio tempo in studio per registrare e provare gli arrangiamenti dei pezzi nuovi. Quando non ci sono registrazioni in vista ho comunque molte cose da fare a livello organizzativo. Devo cercare date, organizzare le trasferte, a volte scrivere pezzi nuovi e da un mese a questa parte mi sono messo anche a registrare dei jingles».

Vivere di musica. Non è affatto facile, soprattutto in una città come Lucca: «La scena musicale qui non è male, ci sono molti musicisti validi, purtroppo mancano i posti dove suonare. Dovremmo anche trovare il modo di rendere la musica meno stagionale. A Lucca tutti gli eventi musicali si concentrano nel periodo estivo, mentre in inverno la programmazione concertistica è quasi inesistente. La cultura dominante è quella della cover band e siamo ancora poco coraggiosi per quanto riguarda l’underground, ma questo è un problema tipicamente italiano, siamo inguaribilmente legati al passato. Vi immaginate se Lucio Battisti fosse nato nell’85? Probabilmente adesso lo troveremmo a suonare per cinquanta euro in qualche barino di provincia».

Ride, e rido anche io. Eppure Lucca è nel suo Dna. «Fatta eccezione per i primi cinque anni della mia vita – continua -, perché stavamo a Pietrasanta per il lavoro di mio padre, ho sempre vissuto qui. Per me Lucca è San Marco: il vecchio ospedale, i giardinetti, la chiesa, lo stadio. Giravo sempre in bici per quelle zone. Sono luoghi rimasti uguali, anche se è cambiato il modo in cui io riesco a percepirli. Ad esempio se passo da via Pfanner butto sempre un occhio alla casa dove abitavo da bambino. Lo so già che dalla siepe non sbucherà il Di Giuseppe con una pistola a fulminanti, ma ci guardo lo stesso».

Sorride. I luoghi inchiodano nella memoria il passato, e a volte scolpiscono il presente, contaminando in modo inequivocabile il futuro: «Il bello e il brutto di Lucca coincidono. Qui tutto è molto familiare, ci conosciamo tutti, in pratica non sei mai solo».

Eppure la solitudine, il silenzio, le giornate di pioggia dipingono lo scenario perfetto per scrivere musica. E Lucca diventa cornice prediletta, anche con il sole: «Gran parte del testo di una canzone che si chiama Aprile l’ho scritto passeggiando per Lucca, cercando di schivare i turisti che ciondolavano spensierati a destra e sinistra. Le Vigne di Bergamo invece è una specie di flusso di coscienza che va dall’ infanzia ad oggi. Ogni parola è riconducibile a un’immagine o a dei ricordi che ho vissuto, molti dei quali proprio in questa città».

Gli domando della sua formazione, e lui scanzonato: «Le elementari sono state movimentate. Ho cambiato tre scuole tra la prima e la quinta. Dopo sono andato alle medie. Anche lì ho cambiato due scuole. Ogni volta chiudevano e bisognava cercare altri istituti. Portavo un po’ sfiga, forse. Finite le medie è arrivato il momento del liceo, ho frequentato lo scientifico, il Vallisneri per la precisione, e sono rimasto nello stesso istituto per tutto il periodo di studi. Un record! L’università l’ho fatta a Pisa, con una parentesi all’estero. Mi sono laureato in giurisprudenza, ho fatto uno stage in una ong spagnola, dove lavoravo come consulente giuridico per gli immigrati. A Lucca ho lavorato due anni in uno studio legale». E poi? «Poi è arrivata la musica».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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