Il Tirreno

Lucca

L’ultima abitante del paese che non c’è più

di Luca Meconi
L’ultima abitante del paese che non c’è più

Filomena Bianchini spegne 100 candeline e racconta la sua vita nel borgo di Puticiano

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BORGO A MOZZANO. Ha festeggiato ieri cento anni l’ultima nata a Puticiano, il paese che non c’è più. Lei è Filomena Bianchini, nata il 12 gennaio 1918, in una delle pochissime case presenti in questa località situata nei boschi tra i paesi di Anchiano e di Corsagna. «Sono figlia unica», racconta la signora Filomena che dal 2010 è ospite del Centro Anziani gestito dalla Misericordia di Borgo a Mozzano. «La mia è una famiglia di contadini: i miei genitori coltivavano la terra a Puticiano dove avevamo un ettaro di terreno seminativo. Mangiavamo tutto quello che producevamo: patate, grano, fagioli. La mia era l’unica famiglia che abitava lassù; oltre alla nostra casa c’erano alcuni edifici che oggi sono ruderi, alcune capanne e la chiesa dedicata ai santi Giusto e Clemente. Con il terremoto del 1920 è venuta giù e oggi solo alcuni muri esterni rimangono in piedi, ma è completamente in stato di abbandono e ricoperta dalla vegetazione. Io non ho alcun ricordo diretto di quando la chiesa veniva utilizzata perché avevo solo due anni quando è crollata, però mi ricordo che mio padre mi diceva sempre che ci andava regolarmente alla messa e ricordo che mi parlava delle panche che c’erano all’interno. Mia mamma invece mi diceva “vedi gli anchianini (a cui appartiene la chiesa, ndr) sono tirchi altrimenti a quest’ora l’avrebbero ricostruita. Se invece fosse stata sotto Corsagna, a quest’ora l’avrebbero già ritirata su: vedi come tengono bene Serra?”».

Il riferimento è al santuario di Serra, vicino a Corsagna, dove la signora Filomena nel 1937 si sposò con un corsagnino, Bartolomeo Pieroni, di sei anni più grande. A celebrare il matrimonio fu il parroco di Corsagna, don Alessio Bachini, famoso tra l’altro per aver scritto numerose poesie in rima, tra cui la celebre ode “Fra il Ponte del Diavolo e il Ponte Pari al Borgo a Mozzano”, che firmava con l’anagramma Achileno Bissai. «Anche se il paese di Puticiano apparteneva ad Anchiano - continua la signora Filomena - le scuole elementari le ho fatte a Corsagna perché per andare ad Anchiano si doveva passare per la strada maestra ed era pericoloso, mentre per arrivare a Corsagna passavamo da una mulattiera ed era più tranquillo. Era necessaria un’ora di cammino all’andata e un’ora al ritorno e spesso dovevo portare anche la legna per riscaldare l’aula della scuola. Ho studiato fino alla quinta elementare e per fortuna sono sempre stata promossa: mi davo molto da fare, perché ripetere un anno avrebbe voluto dire ripercorrere quel lungo tragitto per altri mesi: cosa che volevo evitare. Una volta terminata la scuola, ho fatto la contadina aiutando i miei genitori e poi mi sono sposata presto: avevo diciannove anni. Con mio marito siamo andati ad abitare in località Socciglia perché era più comodo, sia per noi che per i nostri figli, Pasquale e Maddalena, che ho avuto subito dopo il matrimonio: a ventidue anni li avevo già tutti e due. Poi dissi: ora basta. Anche se abitavamo alla Socciglia (località sul Brennero che prende il nome da un torrente che nasce proprio vicino a Puticiano, ndr), andavamo tutti i giorni a Puticiano dove io e mio marito lavoravamo nei campi e dove tenevamo gli animali, come i polli e le galline che dovevamo proteggere dalle volpi, e i maiali che macellavamo in casa».

«Durante gli anni della Seconda guerra mondiale - continua il racconto - ci trasferimmo tutti a Puticiano e insieme a noi vennero sfollati molti abitanti di Anchiano. C’era chi dormiva in casa nostra, chi dormiva fuori, chi dormiva nelle capanne: eravamo in tanti. Mi ricordo che un giorno in cielo passò la Cicogna, l’aereo di ricognizione tedesco. Tutti noi che eravamo lassù ci fermammo a osservare ammirati in cielo questo aereo. Poi dopo un po’ che era andato via, sentimmo bombardare non molto lontano da noi. E pensare che noi prima lo guardavamo ammirati. Per fortuna lassù non successe nulla di grave, né in quei giorni né più tardi».

Nel paese di Puticiano, oltre alla chiesa rimane oggi qualche altro rudere di alcune capanne e la casa che appartiene alla famiglia di Filomena che invece è stata recentemente ristrutturata ma non è abitata, anche se spesso è frequentata dai suoi figli.

La vita della signora Filomena è sempre stata dedicata al lavoro della terra, nei campi assieme al marito, e all’allevamento degli animali che servivano per mangiare. Una vita che non le ha permesso di girare molto. «Ho fatto qualche gita - racconta - e il posto più lontano dove sono stata è Napoli. Il mare l’ho visto per la prima volta solo quando abbiamo portato a Torre del Lago una mia nipote, circa una quarantina di anni fa».

E ieri la sua camera al Centro anziani si è colorata di rosa grazie ai tantissimi fiori che le sono stati donati in occasione di questo importante traguardo, e tutti coloro che varcavano la porta anche solo per dirle «auguri» ricevevano in cambio un sorriso e un grazie della signora Filomena, magari intenta a leggere, rigorosamente senza occhiali, uno dei tanti biglietti di auguri che le sono stati inviati. E in attesa della grande festa che sarà organizzata domani pomeriggio, non poteva di certo mancare al termine del pranzo di ieri la classica torta al cioccolato con la candelina rosa e il numero 100 come dice l’anagrafe, ma che lei non si sente di avere.

E a chi le chiedeva se stava bene, rispondeva: «Qui ci sto bene, ma a Puticiano era tutta un’altra cosa».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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