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Lucca

Daneco, la parola passa al tribunale

Daneco, la parola passa al tribunale

Il giudice deve decidere se dare l’ok al piano concordatario del socio privato di SA

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LUCCA. Sistema ambiente non deve fare i conti solo con la tariffa sui rifiuti, ma anche con i problemi di Daneco Impianti, socio di minoranza di Lucca Holding nell’azienda dei rifiuti lucchese. L’azienda che ha sede legale a Roma e che gestisce e costruisce impianti di smaltimento e trattamento rifiuti in tutta Italia a luglio ha fatto richiesta di concordato in bianco e ha dichiarato il proprio stato di crisi. Daneco possiede il 36,56% di Sistema ambiente: una quota scesa nell’autunno 2016 dopo che l’azienda ha deciso di non partecipare all’aumento di capitale deciso dalla società al quale alla fine ha aderito soltanto il Comune di Lucca. Da tempo Daneco si trovava in gravi difficoltà: fra l’altro ha interrotto il pagamento dei contributi, fatto che le impedisce di presentare il Durc (documento unico di regolarità contributiva) e di avere quindi commesse dalle pubbliche amministrazioni. Sul suo capo pendono poi diversi pignoramenti e ben quattro istanze di fallimento.

È attesa in questi giorni la decisione del tribunale capitolino: il giudice dovrà dire stabilire se accettare il piano concordatario presentato dai vertici dell’azienda.

A palazzo Orsetti si attende di sapere cosa accadrà: la speranza e che anche in caso di fallimento si possa trovare un’azienda pronta a rilevare la quota di Daneco Impianti. Pare che qualche interessamento ci sia stato, ma per ora niente di concreto vista l’incertezza che regna sul futuro di Daneco. Il Comune e Lucca Holding seguono con attenzione la vicenda: da un lato avere un socio privato con tali problemi crea difficoltà con le banche; dall’altro la mancata sostituzione di Daneco potrebbe portare alla perdita della cosiddetta “salvaguardia”, ovvero di quel meccanismo che finora ha fatto sì che Sistema ambiente non confluisse nel gestore unico dell’Ato Costa come invece è accaduto ad altre aziende dei rifiuti partecipate dai Comuni. La salvaguardia scadrà nel 2029, ma per evitare di finire subito nell’Ato costa serve un socio privato perché il Comune non può accrescere ulteriormente la sua quota con un aumento di capitale. (g.p.)

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