Il dolore
La settimana da Babbo Natale dell’ex bancario
Flavia Piccini
Gianfranco Leoncini porta i regali ai bimbi insieme ai volontari della Croce Verde
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«E se invece venisse per davvero?/ Se la preghiera, la letterina, il desiderio/ espresso così, più che altro per gioco/ venisse preso sul serio?/ Se il regno della fiaba e del mistero/ si avverasse?». Scriveva così Dino Buzzati nella celebre poesia “Buon Natale” nella quale raccontava, nel suo insolito modo, quell’evento strano e misterioso che si celebra il venticinque dicembre, e che spartisce la sua magia - religiosa, consumistica, mitologica - con la serata odierna.
E in questa sera fra le case di Lucca, con la lunga barba bianca e i capelli tutti ricci candidi come la neve, intorno alla mezzanotte un uomo busserà alle porte per stupire i più piccini (e, ammettiamolo, anche i più grandi). In realtà, non sarà un uomo soltanto, ma molti uomini e tutti in costume. Molti uomini e lo stesso nome: Babbo Natale. Una piccola squadra di volontari ogni anno infatti anima le feste nelle scuole e nelle piazze, bussando alle case di tutta la provincia. Per uno strano caso del destino - è proprio il caso di dirlo - qualche giorno fa ho conosciuto uno di questi signori gentili, gli occhi chiari e l'aria buona, i capelli corti, una giacca scura e il naso rosso per il freddo.
Lui è Gianfranco Leoncini, classe 1936, per metà milanese e per metà livornese, da cinquant'anni a Lucca, impiegato di banca ormai in pensione. Babbo Natale per una settimana l'anno, o poco più. «Faccio Babbo Natale - mi spiega - da dieci anni. Ho iniziato con la Croce Verde di Lucca. Sembravo adatto, e mi hanno domandato se volessi farlo. Mi è piaciuto, e così ho continuato. Era il 2007, avevo 71 anni».
Leoncini è uomo da parole nette e definite. «La prima volta che mi sono vestito da Babbo Natale mi sono sentito subito nel ruolo. La casacca, i pantaloni, la barba finta e la parrucca, l’immancabile cappello: tutto ti aiuta a entrare nella parte. Quando sono entrato in una scuola vestito così, e tutti i bambini mi aspettavano, è stato incredibile. Un’emozione indicibile». Un'emozione che si presenta identica ogni anno, e acquisisce sfumature differenti. «Ogni Natale mutano le zone dove mi inviano: posso andare a Sant’Anna, ma anche a San Concordio, o più lontano. Dipende dall’area che mi hanno assegnato».
E poi ci sono le scuole, parco di sogni e di infanzia, in cui arriva con caramelle e sorrisi per fare foto e recitare poesie, ascoltando i bambini che lo inondano con canzoncine natalizie, disegni e letterine. «Qualche giorno fa sono andato in una scuola a Sorbano: c’erano due bambine che hanno avuto paura, e allora mi sono allontanato. Altrimenti mi accolgono solo sorrisi e abbracci. Qualche giorno fa una bambina mi ha consegnato una letterina: Babbo Natale, anche se sei vecchio sei sempre bello. Ho riso molto. Quando un bambino mi guarda, nei suoi occhi vedo che è felice. E anche io sono felice, nel guardarli. Ieri c’erano 240 bambini. Quando mi hanno visto hanno cominciato a urlare: Babbo Natale, Babbo Natale!».
Per una strana associazione di pensieri, mi viene in mente quel ricordo - notissimo - della bambina prodigio Shirley Temple, una cascata di riccioli e due maliziose fossette: «Ho smesso di credere a Babbo Natale quando avevo sei anni. Mia madre mi portò a vederlo in un grande magazzino e lui mi chiese l’autografo». Ma il cinismo non appartiene a questo momento, come Leoncini racconta: «La verità è che i bambini ci credono sempre. Mi guardano la barba, ma io sotto ce ne ho un'altra e poi li tengo a distanza, perché non voglio farmi riconoscere. Con i nipoti però è più difficile. Loro mi hanno smascherato qualche anno fa. Mio nipote andava a scuola a Colognola, poi c’è andata anche la nipotina, poi c’è andato anche un altro nipote. Un giorno vado lì, a fare Babbo Natale, e il più grande si avvicina. Mi studia per bene e poi mi riconosce. Sa come?». No, non lo so. «Mi ha riconosciuto per l'orologio! Ed è venuto lì: lo so che sei te Babbo Natale, mi ha detto. E allora gli ho spiegato che non lo doveva rivelare a nessuno, perché quello era un segreto. Se l'ha mantenuto non lo so, ma io me lo ero fatto promettere».
Leoncini mi racconta ancora degli sguardi dei bambini e delle maestre, che per alcuni istanti tornano a loro volta bambine. E perfino i genitori, a volte, guardandolo sembrano essere trasportati altrove nel tempo. In quell'età fatata che ruota intorno alla slitta, alle renne e all'uomo dai lunghi baffi. «Ai bambini - prosegue - a volte recito le poesie. Ce ne sono tante, e cambiano a seconda dell’età. Ma ce n’è una che mi piace molto. La vuole sentire?». Annuisco. Lui si schiarisce la voce: «La pace guardò in basso e vide la guerra. Là voglio andare, disse la pace. L’amore guardò in basso e vide l’odio. Là voglio andare, disse l'amore…». La sua voce diventa musica, fino a quando qualcuno, in sottofondo, lo chiama. E la magia si espande. Intanto un trillo di campanelli si disperde festoso in attesa del Natale...
©RIPRODUZIONE RISERVATA
E in questa sera fra le case di Lucca, con la lunga barba bianca e i capelli tutti ricci candidi come la neve, intorno alla mezzanotte un uomo busserà alle porte per stupire i più piccini (e, ammettiamolo, anche i più grandi). In realtà, non sarà un uomo soltanto, ma molti uomini e tutti in costume. Molti uomini e lo stesso nome: Babbo Natale. Una piccola squadra di volontari ogni anno infatti anima le feste nelle scuole e nelle piazze, bussando alle case di tutta la provincia. Per uno strano caso del destino - è proprio il caso di dirlo - qualche giorno fa ho conosciuto uno di questi signori gentili, gli occhi chiari e l'aria buona, i capelli corti, una giacca scura e il naso rosso per il freddo.
Lui è Gianfranco Leoncini, classe 1936, per metà milanese e per metà livornese, da cinquant'anni a Lucca, impiegato di banca ormai in pensione. Babbo Natale per una settimana l'anno, o poco più. «Faccio Babbo Natale - mi spiega - da dieci anni. Ho iniziato con la Croce Verde di Lucca. Sembravo adatto, e mi hanno domandato se volessi farlo. Mi è piaciuto, e così ho continuato. Era il 2007, avevo 71 anni».
Leoncini è uomo da parole nette e definite. «La prima volta che mi sono vestito da Babbo Natale mi sono sentito subito nel ruolo. La casacca, i pantaloni, la barba finta e la parrucca, l’immancabile cappello: tutto ti aiuta a entrare nella parte. Quando sono entrato in una scuola vestito così, e tutti i bambini mi aspettavano, è stato incredibile. Un’emozione indicibile». Un'emozione che si presenta identica ogni anno, e acquisisce sfumature differenti. «Ogni Natale mutano le zone dove mi inviano: posso andare a Sant’Anna, ma anche a San Concordio, o più lontano. Dipende dall’area che mi hanno assegnato».
E poi ci sono le scuole, parco di sogni e di infanzia, in cui arriva con caramelle e sorrisi per fare foto e recitare poesie, ascoltando i bambini che lo inondano con canzoncine natalizie, disegni e letterine. «Qualche giorno fa sono andato in una scuola a Sorbano: c’erano due bambine che hanno avuto paura, e allora mi sono allontanato. Altrimenti mi accolgono solo sorrisi e abbracci. Qualche giorno fa una bambina mi ha consegnato una letterina: Babbo Natale, anche se sei vecchio sei sempre bello. Ho riso molto. Quando un bambino mi guarda, nei suoi occhi vedo che è felice. E anche io sono felice, nel guardarli. Ieri c’erano 240 bambini. Quando mi hanno visto hanno cominciato a urlare: Babbo Natale, Babbo Natale!».
Per una strana associazione di pensieri, mi viene in mente quel ricordo - notissimo - della bambina prodigio Shirley Temple, una cascata di riccioli e due maliziose fossette: «Ho smesso di credere a Babbo Natale quando avevo sei anni. Mia madre mi portò a vederlo in un grande magazzino e lui mi chiese l’autografo». Ma il cinismo non appartiene a questo momento, come Leoncini racconta: «La verità è che i bambini ci credono sempre. Mi guardano la barba, ma io sotto ce ne ho un'altra e poi li tengo a distanza, perché non voglio farmi riconoscere. Con i nipoti però è più difficile. Loro mi hanno smascherato qualche anno fa. Mio nipote andava a scuola a Colognola, poi c’è andata anche la nipotina, poi c’è andato anche un altro nipote. Un giorno vado lì, a fare Babbo Natale, e il più grande si avvicina. Mi studia per bene e poi mi riconosce. Sa come?». No, non lo so. «Mi ha riconosciuto per l'orologio! Ed è venuto lì: lo so che sei te Babbo Natale, mi ha detto. E allora gli ho spiegato che non lo doveva rivelare a nessuno, perché quello era un segreto. Se l'ha mantenuto non lo so, ma io me lo ero fatto promettere».
Leoncini mi racconta ancora degli sguardi dei bambini e delle maestre, che per alcuni istanti tornano a loro volta bambine. E perfino i genitori, a volte, guardandolo sembrano essere trasportati altrove nel tempo. In quell'età fatata che ruota intorno alla slitta, alle renne e all'uomo dai lunghi baffi. «Ai bambini - prosegue - a volte recito le poesie. Ce ne sono tante, e cambiano a seconda dell’età. Ma ce n’è una che mi piace molto. La vuole sentire?». Annuisco. Lui si schiarisce la voce: «La pace guardò in basso e vide la guerra. Là voglio andare, disse la pace. L’amore guardò in basso e vide l’odio. Là voglio andare, disse l'amore…». La sua voce diventa musica, fino a quando qualcuno, in sottofondo, lo chiama. E la magia si espande. Intanto un trillo di campanelli si disperde festoso in attesa del Natale...
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