Il Tirreno

Lucca

Nelle notti al gelo le vite perdute di chi non ha niente

di Marco Tirinnanzi
Volontari della Croce rossa all'opera
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Volontari della Croce rossa all'opera

Viaggio con l’Unità di strada della Croce Rossa di Lucca I volontari distribuiscono conforto, abiti, cibi e bevande calde

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LUCCA. «Grazie per la chiacchierata». Ci congeda così, Sandro, lucchese, 60 anni: da sei anni dorme in stazione. In mezzo alle poche parole che ci scambiamo, i volontari dell'unità di strada della Croce Rossa di Lucca distribuiscono brioche e tè caldo agli uomini smarriti nella sala d'attesa illuminata a giorno, davanti al binario 1. Il “viaggio” dei volontari, la notte fra il 14 e 15 dicembre, comincia da qui.

Sandro è pudico, di quel pudore che non lo spinge a chiedere niente. Ringrazia per un paio di calzettoni imbottiti. Non ha voglia di parlare di sé, del suo vissuto. Racconta solo che la domenica un amico lo invita a pranzo, e insieme leggono. Sandro così legge almeno un paio di libri la settimana e poi lui torna alla sua "normalità": mense, centri di ascolto, qualche luogo di fortuna dove dormire, in attesa che il dormitorio d'emergenza alla Pia Casa in via Santa Chiara apra, in queste notti di gelo.

Il termometro segna tre gradi. Il freddo punge. Sdraiato su una delle due panchine c'è anche Alessandro, con la testa su uno zaino consumato, a mo' di cuscino. Ha 45 anni e lui si apre un po' di più. Racconta delle sue ex compagne di vita, delle tragedie che porta con sé. «Ho due figli e con loro purtroppo non ho un buon rapporto - dice -. Studiano e lavorano, sono anche nonno. Cosa mi ha portato a vivere per strada? Le sventure patite e poi ho perso il lavoro che avevo in una cooperativa sociale. Da lì ho cominciato a "farmi" e piuttosto che stare con mia madre, preferisco vagabondare. Ho problemi di salute e prendo pochissimo di pensione. E non posso lavorare».

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Mentre parliamo e la temperatura scende, la stazione si riempie di strane figure, persone che sembrano vivere in simbiosi con i ritmi notturni. Una ragazza dagli occhi bagnati di pianto attraversa la passerella e si spinge sui binari, incurante del pericolo. La segue un ragazzo, con cui Alessandro innesca un battibecco. «Un anno fa mi hanno tagliato con un coltello sulla guancia sinistra. Qui è una giungla. Tutti i giorni. Quando cala il buio, adesso che la Pia Casa è chiusa, dormo qua, ma alle 6 ci fanno sloggiare dalla sala di attesa. E lì inizia il mio vagabondare. Fino al ritorno in stazione».

Gabriele invece ha 46 anni, risiede fuori Lucca, ma è lucchese. Faceva il cuoco. Lavori saltuari, spesso non pagati. «Dagli assistenti sociali non ricevo aiuto. Non ho i soldi nemmeno per spostare la residenza. Ho lavorato in un ristorante in centro: mi dava i soldi per le sigarette e poco altro. Ho fatto il cuoco anche in un altro locale: anche lì niente denaro. Quando aprono il dormitorio in via Santa Chiara, alle 7 siamo fuori: vagabondo in giro, tra le biblioteche. Vado anche in sala gioco la domenica. Ci conoscono e sanno che non diamo noia. Cosa mi manca? La normalità: un letto e una doccia calda».

Riprendiamo il giro, e dopo il parcheggio dell'Eurospin a San Concordio e piazzale Ricasoli, svoltiamo al Foro Boario, sulla via per Camaiore. «Non c'è nessuno stasera, fa freddo per dormire all'aperto», spiega Maria Cristina Cammilli, storica volontaria dell'unità di strada della Croce Rossa di Lucca. Il minivan prosegue allora in direzione centro storico: entriamo da Porte Elisa, poi via del Fosso, per passare di fronte all'ex cartiera Pasquini: incute ancora più timore, di notte. Sotto gli archi della sortita di San Martino, un giaciglio improvvisato: cartone, una coperta lisa, alcune bottiglie vuote. Chi c'era se n'è andato, forse in cerca di un riparo più sicuro, lontano da occhi indiscreti. «È probabile che qualcuno passi la notte in qualche casa abbandonata», spiega Alessia Amore, un'altra volontaria. È quasi mezzanotte. Torniamo alla sede della Croce Rossa alle Tagliate, dopo tre ore di viaggio. Salutiamo i volontari e prendiamo la macchina, diretti verso casa. Sotto la doccia calda, non è poi così strano sentirsi un po' in colpa.

 

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