Il Tirreno

Lucca

Pascoli nel destino di Barga e degli uomini del Novecento

di UMBERTO SERENI*
Pascoli nel destino di Barga e degli uomini del Novecento

Il lascito del grande poeta e della sorella aiutò la riconciliazione civica E con la sua creazione del mito del Risorgimento ha educato il popolo italiano 

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Su di noi barghigiani incombe un destino pascoliano. Prima o poi , se frequentiamo le lettere e le arti, siamo chiamati a fare i conti con il Grande Ospite di Castelvecchio. È come un incontro obbligato al quale non si può sfuggire. Fu così per mio padre Bruno che, dopo essere passato nei drammi del Novecento, una volta ritornato a Barga e assunto l’impegno della ricostruzione morale e civile della comunità fece di Pascoli uno dei motivi della riconciliazione civica nel segno del riconoscimento del grande lascito che il poeta e la sorella ci avevano donato

Ma posso parlare anche per me, che all’Università feci di tutto per evitare Pascoli , e per la mia tesi di laurea scelsi le lotte dei contadini della provincia di Parma, e quando ormai credevo di averla scampata mi ritrovai di fronte Giovanni Pascoli, che mi aspettava con la certezza che sarei arrivato. Il mio incontro con Pascoli, in termini di studio e di riflessione critica, avvenne tramite Plinio Nomellini il pittore che aveva stabilito con il poeta una lunga e intensa collaborazione culminata con la realizzazione delle tavole che illustravano “I poemi del Risorgimento”.

L’incontro risale al 1990 quando il sindaco Alessandro Adami e il vicesindaco Antonio Da Prato, nel quadro di un potenziamento dell’iniziativa culturale del Comune di Barga, accolsero la proposta, avanzata assieme a Barbara Nomellini e a Gianfranco Bruno, di tenere una mostra dei quadri del pittore per raccontare il suo rapporto con Giovanni Pascoli. La mostra, ospitata in palazzo Pancrazi con il titolo “Nomellini e Pascoli: un pittore e un poeta nel mito di Garibaldi”, incontrò un notevole successo, grazie al fatto che furono presentate opere di grande suggestione e tra queste un grande interesse lo suscitò la serie dei quadri garibaldini, che rivelavano la forte partecipazione, non solo emozionale ma anche ideologica vissuta dal pittore che li aveva concepiti come manifesti della nuova primavera italica. Valutata alla luce degli sviluppi delle ricerche sull’opera di Pascoli quella mostra assume un valore capitale, perché di fatto aprì ad una felice stagione di riconsiderazione critica sulla dimensione del poeta nell’ambito delle esperienze artistiche e degli ambienti culturali a lui coevi.

Il mito di Garibaldi che aveva unito poeta e pittore, era una componente fondamentale della sensibilità italiana di primo Novecento e questa considerazione obbligava a ripensare al ruolo svolto da Pascoli nella formazione della cultura nazionale negli anni che precedevano il primo conflitto mondiale.

Che il tema fosse ricco di prospettive lo dimostrano gli accreditati studi che negli anni più recenti sono venuti a indagare le scottanti problematiche dell’identità nazionale, del processo di formazione dell’ideologia italiana, del più generale nodo del complesso valoriale della comunità. Lo studio che ci propone adesso Antonio Corsi si colloca bene addentro a questo panorama ed affronta la “questione pascoliana”, perché di questo si tratta, avendo ben presenti le novità più stimolanti che l’hanno definita, a cominciare dal saggio fondamentale di Mario Isnenghi che lumeggiava sulle attitudini mitopoietiche di “un vate di campagna”.

Non altrettanto appariscente e rutilante del “fratello” Gabriele, non per niente Inimitabile, anche Giovanni Pascoli si è attivato come generatore di miti. Miti per servire alla formazione degli italiani. Per educare un popolo fanciullo, che aveva bisogno di un mito che lo rinfrancasse, lo sottraesse all’inedia ed alla disperazione nichilista, lo animasse di energie virtuose. Al cuore della sua operazione mitopoietica sta, come evidenzia Antonio Corsi, il Risorgimento che Pascoli interpreta come il grande patrimonio della virtù e lo mette a disposizione per illuminare il cammino del popolo italiano. Una grande operazione educativa, condotta con il rigore di un disegno meditato e sorvegliato in ogni suo passaggio che Corsi riesce a far emergere perché, per suo conto, si muove con la sensibilità dell’educatore.

Ed eccoci al destino ineluttabile. Non sono certo lontano dal vero se provo a immaginare il giovane Antonio Corsi che quando compie i suoi studi in quel gran laboratorio di cultura e di vita civile che era il convento di via del Parione a Firenze dove era sistemata la Facoltà di Magistero, aveva ben altro per la testa che non fare i conti con Giovanni Pascoli. I suoi maestri di allora, e di sempre, erano il professor Lamberto Borghi, illuminato docente di Pedagogia, ed il suo più sicuro collaboratore il professor Renato Coën. I testi sui quali Corsi si formava erano i libri di John Dewey e di Jerome Bruner, introdotti in Italia dalla scuola del professor Borghi; ma di quella antica lezione di pedagogia attiva Corsi si è avvalso quando, attratto dall’ineluttabile destino dei barghigiani, si è misurato con l’opera di Giovanni Pascoli.

A questo punto mi piace pensare che la sua antica frequentazione di casa Sereni – eravamo dirimpettai in via del Giardino – quando dava a mio padre l’aiuto nella compilazione del Giornale l’abbia predisposto a questo incontro con il poeta di Castelvecchio, letto, studiato e interpretato nella sua più vera essenza di uomo dell’inquieto Novecento, secolo del quale avverte un futuro di drammatica crudeltà che si impegna ad evitare procurando agli eterni fanciulli un Grande Racconto che li salvi dal gran buio che li minaccia, li conforti dell’immenso dolore che li avvolge, li abiliti a compiere opere buone e virtuose,. Li faccia agire seguendo i precetti dello zi’ Meo, «l’uomo che godea del poco e non sapea del tanto».

Precetti del buon vivere che il tempo nostro può finalmente comprendere e riconoscere nella loro verità assoluta. Affollato e perseguitato da miti falsi e bugiardi il tempo nostro si difende agendo da distruttore del mito. Illudendosi di poterne fare a meno, quando invece ha necessità di un mito di rigenerazione e di riconciliazione. Ed il mito, quando è vero, è verità che illumina, che riempie i cuori, che li eleva al cielo. Torniamo al Pascoli che conforta e che consola:
O stanco dolore, riposa!
La nube del giorno più nera
è quella che vedo più rosa
nell’ultima sera.


Sì, è proprio il caso di dirlo: su di noi barghigiani Pascoli incombe come un destino ineluttabile.

*Umberto Sereni

è professore di storia moderna

all’Università di Udine

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