Il Tirreno

Lucca

Il piano Kme per il rilancio presentato ai sindacati

Il piano Kme per il rilancio presentato ai sindacati

Confermata l’ipotesi dell’autoproduzione di energia per abbattere i costi Dall’azienda rassicurazioni sulle emissioni e ipotesi di nuove assunzioni 

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BARGA. Il piano è stato presentato, ma in pratica si è trattato di una formalità, visto che i particolari dello stesso erano già noti da tempo, comunicati più volte, del resto, dalla stessa azienda. Il rilancio della Kme di Fornaci, nelle intenzioni dell’azienda, dovrà passare da una serie di punti collegati tra loro, e che adesso sono stati illustrati, più dettagliatamente, nel corso del vertice di ieri con i sindacati alla sede lucchese di Assindustria.

Il primo riguarda il tipo di attività. Finite nel dimenticatoio idee più o meno fantasiose (come quella delle colture idroponiche) l’intenzione dell’azienda è quella di puntare sull’attività storica, rilanciando la produzione di semilavorati in rame e in leghe. Sul “come” sta la principale novità: non più fusori alimentati a gas (riattivando il vecchio impianto), con un costo valutato in oltre 10 milioni di euro all’anno (con conseguenze su conti e occupazione), ma fusori alimentati a energia elettrica. E qui sta il nodo della discussione: per rendere questo tipo di attività economicamente sostenibile l’intenzione dell’azienda è quello di prodursi in proprio l’energia necessaria (tra i 10 e i 12 Megavatt). Come? Con un impianto di generazione di energia ovviamente. E tra i combustibili candidati per alimentare l’impianto energetico in prima fila c’è il pulper, ossia lo scarto della lavorazione delle cartiere, che qui non mancano. Una sorta di quadratura del cerchio, visto che in una botta sola si eliminerebbe il problema delle aziende cartarie per lo smaltimento di questa sostanza e dall’altro si produrrebbe energia per far lavorare la Kme. Il piano è quello di partire con l’autoproduzione già nel 2018, con la prospettiva anche di procedere con nuove assunzioni, comprese quelle necessarie per far funzionare l’impianto.

Ma c’è un però. Ed è rappresentato dall’impatto che questo tipo di attività potrebbe avere da un punto di vista ambientale. Da un lato l’azienda assicura di voler adottare le tecnologie più moderne, di derivazione scandinava, e che alla fine si ridurrebbero di circa un terzo le emissioni globali della fabbrica (che, viene ricordato da Kme, già adesso sono al di sotto dei limiti di legge). Il tutto dicendosi disposta a sottoporsi alla supervisione di «enti terzi accreditati e riconosciuti». Dall’altro ci sono i cittadini, preoccupati di avere quello che definiscono né più né meno che un inceneritore in una valle chiusa, e dove già i livelli di inquinamento sono alti. Cittadini che hanno anche dato vita a un comitato (La Libellula) per opporsi all’ipotesi di un impianto di combustione. Nel mezzo i sindacati, che adesso, con il piano e qualche dettaglio in più tra le mani, saranno chiamati a dire la loro, e a trovare l’equilibrio tra la tutela della salute, che tutti dichiarano di voler tutelare, e quello della salvaguardia dei posti di lavoro, visto che si parla di 570 dipendenti. Il dibattito finora si è incentrato su questo punto, e presumibilmente continuerà a farlo nei prossimi giorni, dal momento che su gli altri punti del piano di sviluppo (a partire dal rilancio del centro ricerche) è difficile trovare motivi di contrasto tra le parti.

Sindacati che, al termine dell’incontro, si sono mostrati relativamente soddisfatti. Il piano presentato non viene bocciato, anzi (con la premessa del rispetto delle garanzie date dall’azienda), e adesso nella discussione dovranno essere coinvolti anche gli enti locali.

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