Il Tirreno

Lucca

«Così ho ripreso il futuro tra le mani»

di FLAVIA PICCINNI
«Così ho ripreso il futuro tra le mani»

Le botte, la gravidanza e la vergogna di parlarne Poi la denuncia e la rinascita in una città lontana

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Pensiamo che la violenza sulle donne sia qualcosa che accade sempre altrove. Lontano dai nostri sguardi, lontano dai nostri luoghi. Poi arriva Vania, e ci ricorda che non è così. Poi arriva il venticinque novembre, e crediamo che basti una data – una manifestazione, una panchina rossa, un flash mob – per evitare che il male esploda nelle vie del centro storico, sugli spalti intorno alle Mura, nelle nostre case. «Eppure non è così semplice perché la vio,lenza arriva quando meno te lo aspetti». È così che parla Sabrina. Il nome è di fantasia. Sabrina che ha trent’anni, ed è nata una piccola città di mare in Liguria. «Uno di quei paesi dove tutti si conoscono, dove durante il periodo estivo ci sono più abitanti che durante il resto dell’anno, dove l’inverno c’è solo la noia. Ho fatto il liceo psicopedagogico. Il mio sogno era diventare assistente sociale, ma una serie di problemi legati alla salute dei miei genitori mi hanno costretto a rimandare». La interrompo. Le chiedo se avesse mai sentito parlare di stalking e di violenza sulle donne, prima che le capitasse. Lei è sincera, e sicura: «A scuola avevo sentito più volte parlare di stalking e di violenza sulle donne. Siamo tre sorelle e mia madre ha sempre cercato di educarci nel rispetto degli altri e di noi stesse. All’epoca pensavo di essere abbastanza forte da non cadere in un rapporto così malato. Anzi mi chiedevo come mai quelle donne avevano sopportato ciò che le aveva poi portate a situazioni tanto pericolose. Mi sembrava incredibile che potesse capitare a me. E invece…».

E invece qualcosa è andato storto. Sabrina vive un periodo difficile in famiglia, a causa di ingenti problemi economici viene costretta a responsabilizzarsi, e appena la serenità ritorna «tutta l’energia trattenuta trabocca fuori tutta in un colpo. Comincio ad esagerare». Inizia a frequentare brutte compagnie, a seguire il divertimento e la distrazione, a fumare marijuana. Una sera incontra A. «Ero reduce da una delusione amorosa. La logica di quel momento era “chiodo schiaccia chiodo” e mi sono messa insieme a lui quasi per ripicca, o forse per gioco. Lui all’inizio era carino, ma poco dopo ha iniziato a rinfacciarmi la leggerezza che mettevo nei rapporti amorosi, anche se nel periodo in cui siamo stati insieme non l’ ho mai tradito né ho mai pensato di farlo. Per lui però ero una poco di buono senza cervello e cultura, e ogni mio ritardo agli appuntamenti o ogni mia mancata telefonata erano motivo di litigio. Per gelosia arrivò a darmi schiaffi, calci e pugni. Al primo schiaffo non ne parlai con nessuno. Mi vergognavo troppo e poi mi sentivo responsabile dei suoi comportamenti violenti. Forse davvero ero troppo leggera, ignorante e insulsa come mi descriveva. Cercai di fare attenzione ai miei comportamenti, ma non servì. Ci furono altri episodi violenti e umiliazioni. Alla fine decisi di lasciarlo». Sabrina va all’estero, dove resta per qualche anno; quando ritorna si iscrive all’università, ma poi A. ricompare nella sua vita. «All’inizio era gentile e premuroso. Pareva davvero cambiato. Pareva l’uomo perfetto. Mi legò di nuovo a lui in modo esclusivo e totalizzante. Andammo a vivere insieme e appena restai incinta tutto ricominciò come anni prima. Ero al centro delle sue paranoie, dei suoi insulti e delle sue minacce. Durante la gravidanza non fece molti atti di violenza fisica, ma me li giurava regolarmente. E i giuramenti furono mantenuti. Affettuoso con la bambina, con me era aggressivo e violento. Piatti di cibo rovesciati in testa, umiliazioni continue, sberle e botte. Il gesto più gettonato era stringermi il collo e battermi la testa contro il muro. Di nuovo mi sentivo in colpa perché ero sicuramente io quella sbagliata, visto che lui con nostra figlia era affettuoso. Mi vergognavo: non ne parlavo con nessuno. Sopportai per un anno. Poi la chiamata al 113 di un vicino di casa allarmato dalle mie urla. Così mi sono salvata».

Sabrina entra al pronto soccorso, poi viene ospitata in una casa rifugio e dunque trasferita in un’altra regione per potersi muovere con sicurezza fuori di casa e ricominciare. «Ora – racconta - vivo qui con mia figlia, in una città lontana dal luogo dove sono nata. Ed è qui che con il percorso nella casa rifugio ho trovato lavoro in una cooperativa di pulizie, e ho trovato una casa che condivido con un’altra donna che come me ha concluso il percorso di protezione. Non è una convivenza forzata, anzi: permette a entrambe di avere sostegno, compagnia e aiuto. A volte temo ancora la violenza del mio ex. L’ansia che ti attanaglia tutto il giorno in attesa del gesto violento per qualcosa che è imprevedibile ti annienta come madre e come donna, e capisci solo dopo il prezzo che hai pagato. Quando mi guardo allo specchio vedo una giovane-vecchia che fa la mamma con passione e che sta faticando per riannodare i fili della propria vita. Poi penso a mia figlia, al suo sorriso. Poi guardo la libreria dove ci sono i testi dell’università che non ho mai finito. E all’improvviso il futuro mi pare bello, e fra le mie mani. All’improvviso il futuro, di nuovo, mi pare degno di essere vissuto».

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