Il dolore
Trova lavoro ma perde l’accoglienza
Migrante occupato in un ristorante, la prefettura medita di revocargli vitto e alloggio: è braccio di ferro
LUCCA. Il richiedente asilo trova lavoro in un ristorante del centro e la prefettura medita di revocargli le misure di accoglienza. Ma lui si oppone e viene chiesto un parere al ministero.
La storia. Protagonista di questo braccio di ferro è un migrante originario del Bangladesh, arrivato a Lucca da oltre un anno e ospite di un centro di accoglienza per richiedenti asilo a Capannori. Qui, oltre a vitto e alloggio, gli vengono forniti corsi di italiano, assistenza giuridica e altri servizi previsti dalla convenzione tra prefettura e soggetto ospitante. Visto che per avere una risposta alla richiesta di asilo bisogna aspettare almeno due anni (ricorsi compresi), il giovane esule non è rimasto con le mani in mano e si è messo a cercare lavoro. Ha avuto fortuna: il 27 dicembre del 2016 è stato assunto nella cucina di un ristorante del centro storico. Il problema è che il posto di lavoro ora rischia di fargli perdere vitto, alloggio e tutti i servizi previsti nelle misure di accoglienza. Lo prevede l’articolo 23 del decreto legislativo 142 del 2015, che elenca le ragioni per la revoca delle misure di accoglienza. Tra queste vi è “l’accertamento della disponibilità da parte del richiedente di mezzi economici sufficienti”.
I migranti e il lavoro. Così, dopo aver saputo dall’associazione ospitante che il ragazzo lavorava stabilmente, la prefettura ha fatto alcuni accertamenti con l’Inps e poi lo ha convocato per informarlo di quello che sarebbe successo. Il giovane a quel punto si è messo in allarme. Attraverso un avvocato ha presentato una memoria all’ufficio territoriale del governo, in cui ha spiegato che non vi sono gli estremi per la revoca. Per non incorrere in errori, stavolta la prefettura ha chiesto un parere al ministero dell’Interno. Il Viminale ha risposto al quesito spiegando che la valutazione va fatta sull’arco temporale di un anno. Se alla fine di questo periodo il migrante è ancora impiegato e ha percepito un reddito pari o superiore all’importo annuo dell’assegno sociale (quasi 6.000 euro) le misure di accoglienza possono essere revocate, perché si presume che il soggetto abbia le risorse necessarie per sostenersi da solo. Nel caso del migrante under 30 del Bangladesh bisognerà aspettare il 27 dicembre per capire cosa accadrà. Certo è che non si tratta di un caso isolato: sono sempre di più i richiedenti asilo che lavorano, spesso occasionali, mentre attendono una risposta alle domande di protezione. Contrariamente a quanto si crede la legge consente loro di lavorare: dopo 60 giorni dal conseguimento del permesso di soggiorno temporaneo in qualità di richiedenti asilo possono trovarsi un impiego.
Ricorso al Consiglio di Stato.Sempre in tema di revoca dell’accoglienza, la prefettura ha deciso di fare ricorso al Consiglio di Stato contro il pronunciamento del Tar dello scorso settembre. Con quella sentenza il tribunale amministrativo ha annullato il provvedimento di revoca dell’accoglienza adottato dalla prefettura nei confronti di otto migranti provenienti dall’Africa. Il tribunale amministrativo ha dato ragione ai profughi, costringendo l’ufficio territoriale del governo a reinserirli nelle strutture di accoglienza da cui erano stati allontanati. Ora la parola passa al Consiglio di Stato.
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