Il Tirreno

Lucca

Addio a Carla l’ultima Staffetta

di Mario Neri
Addio a Carla l’ultima Staffetta

La Guelfi era nata a Lucca 92 anni fa Si era trasferita poi a Pisa, dove è morta ieri

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PISA. «Non ho mai avuto paura. Ho affrontato la guerra con coraggio, certa che prima o poi ce l’avremmo fatta». Carla era l’ultima, le altre consorelle della libertà se ne sono andate negli ultimi quindici anni. Erano quattro. Carla Guelfi era l’ultima compagna di una storia che adesso non deve appassire, impolverarsi con un cippo o una targa alla memoria. L’ultima staffetta partigiana, ultima di un gruppo di donne pisane che avevano fatto la storia. Anzi, erano pezzi di Storia. Nella sua voce restava la traccia indelebile della guerra di Liberazione, una scia di ricordi e battaglie che negli anni aveva imparato a trasmettere. Con le interviste, i documentari, i racconti agli studenti delle scuole. No, la grandezza di morte non muore. A meno che non siano le nostre meschinità a vanificarla, la nostra pigrizia a silenziare il messaggio che ci ha lasciato.

L’eredità della partigiana. Lei che è stata «un’eroina ordinaria, e non certo un’icona da mitologia partigiana, deve essere ricordata come una militante dell’antifascismo quotidiano», la racconta il figlio Guelfo Guelfi, oggi consigliere di amministrazione in Rai. Carla se n’è andata ieri mattina a 92 anni. «Si è retta in piedi sulle sue gambe fin quasi alla fine – aggiunge Guelfo – e anche questo è un segno credo». Ha chiuso gli occhi nel suo letto nella casa delle Piagge. Origini lucchesi, Carla Guadagni si sposò con Rodolfo Guelfi da giovanissima e dopo poco dovette trasformare il matrimonio in militanza. Lui, pisano, comandante della 26esima Brigata Garibaldi, sarebbe stato poi il primo segretario del Pci cittadino; lei anello di collegamento fra civili e partigiani, un sottomarino che sfuggiva ai segugi delle Ss e ai fascisti. Staffetta della Resistenza, prima e dopo. Anche se non amava troppo raccontare di sé. I foglietti con le mosse del nemico o il pane per i combattenti imboscati sul Monte Pisano nascosti nei cesti di cenci o sotto la gonnella di ragazza contadina nella sua esperienza ci sono stati, ma non ha mai amato ostentarne l’epopea. «Il suo antifascismo era fatto di cose semplici, di gesti, movenze, di eleganza quotidiana», continua il figlio. Una faccia, una bandiera. Non le servivano troppe parole.

«Da bambini, il babbo e la mamma ci prendevano e ci portavano sulla 600 a Siena dai compagni della 25esima Brigatala, e l’applauso più grande era sempre per la zuppa di mia mamma». Il profumo della minestra era per tutti il profumo della Liberazione, di cui lei era stata un monumento. Carla lascia i figli Guelfo e Laura, e i nipoti Carlo (assessore a San Giuliano Terme), Marco e Martina Guelfi, Antonio e Giuliano Marrucci (giornalista di Report). I funerali si terranno oggi alle 15 alla Pubblica assistenza di Pisa.

Anni fa, nel 2005, insieme alle altre partigiane pisane divenne anche un documentario e un libro. (R)esistenze: il passaggio della staffetta. In copertina tu ed Teresa Mattei, Giulia Nocchi, Mirella Vernizzi, voi quattro giovani, giovanissime, orgogliose, in cammino, lo sguardo verso il futuro anche se il futuro stava franando in un orizzonte di bombe, vite spezzate, macerie di pietre e valori. Voi, quattro colonne, Carla, donne, articoli viventi della Costituzione.

Come la partigiana Chicchi, la Mattei, la ragazzina diventata membro della Costituente a 25 anni, che per la foto con De Nicola alla consegna della Costituzione «aveva addosso il vestito di sua madre e le scarpe scalcagnate». Lei, l’inventrice del fiore delle donne, la mimosa, forte, libera, ribelle, tanto da guerreggiare con Togliatti. O come te, semplice, schiva, in una parola semplice, che dopo la guerra lavorasti alla scuola guida in viale Bonaini con tuo marito Rodolfo fino alla sua morte, nel’71, e poi in Provincia. Dopo aver affrontato e vinto la banalità del male, scegliesti la banale libertà. Anche se quando ti chiesero come era stata la tua vita in guerra rispondesti che no, «non ho mai avuto paura. L’ho affrontata con coraggio, certa che prima o poi ce l’avremmo fatta, me lo sentivo». E mentre quando suonava l’allarme bombe tutti scappavano «io mi infilavo in un tubo dietro casa, semplicemente. Forse ero incosciente, chi lo sa. Durante tutta la guerra ho pianto una volta sola, dopo aver visto un altro ragazzo piangere».

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