Proteste
«Minacciarono Bettucci per un debito non estinto»
Il racconto di Andrea Bacci, ex presidente della Lucchese, nel processo che lo vede parte lesa per l’estorsione compiuta da due imprenditori
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FIRENZE. L'imprenditore toscano Andrea Bacci, ex presidente della Lucchese e amico e finanziatore di Matteo Renzi, assieme al suo braccio destro Fabio Bettucci, ex direttore generale della Lucchese, ricevettero minacce per estinguere un debito che poi si concretizzarono negli spari esplosi contro una ditta di famiglia dello stesso Bacci, la pelletteria Ab Florence di Scandicci (Firenze), il 23 gennaio scorso, in due distinti raid. Lo hanno riferito ieri in aula al tribunale di Firenze nella prima udienza del processo per estorsione dove entrambi compaiono come parti offese e testimoni della vicenda. I colpi furono sparati contro l'auto e la facciata della ditta.
Imputati sono l'imprenditore edile Pasquale D'Alterio, titolare della ditta Fcm, e Giuseppe Raffone, attualmente in carcere, incaricato di avvicinare Bettucci e accusato di essere l'autore materiale degli spari.
Bacci, rispondendo come teste al pm Christine von Borries e alle difese, ha ricostruito i rapporti tra la sua azienda, la Coam, e la Fcm di D'Alterio a cui aveva affidato in subappalto alcuni lavori per un hotel a Milano, di cui la Coam aveva ricevuto la commessa generale. «Io non ho mai ricevuto minacce dirette, non ho mai incontrato Raffone, ma me le riferiva Bettucci e non avevo motivo per non crederci, ci credevo» ha detto in aula l'imprenditore fiorentino. Fabio Bettucci ha raccontato, invece, degli incontri, tre da fine 2016 in poi, con Raffone - uno dei quali a un distributore Esso sulla superstrada - «il quale sosteneva che dovessimo alla Fcm denaro per oltre 300.000 euro - ha detto lo stesso Bettucci - Ma era impossibile perché la Coam era in procedura fallimentare». Poi la Coam, che deteneva l’87% della Lucchese, sarà ammessa al concordato preventivo. «Raffone insisteva per recuperare i soldi previsti - ha detto Bettucci - altrimenti, diceva che avremmo passato dei brutti momenti. Lui sosteneva di sapere tutto di Bacci e di me, dove abitavamo e che era meglio se avessimo pagato».
Nell'udienza è emersa anche una fattura da 45.000 euro pagata dalla società Nikila Invest alla Fcm: secondo l'accusa la prova che l'estorsione fu consumata, a prescindere dalle minacce fatte con gli spari, perché la fattura sarebbe relativa agli stessi lavori eseguiti per la Coam e di cui la Coam, in acque difficili, non poteva onorare il pagamento. Bacci ha detto di non sapere nulla di questa fattura, ma ha ammesso che «dovendo stare ferma la Coam, eravamo d'accordo che la Fcm avrebbe avuto rapporti direttamente con Nikila Invest per mandare avanti i lavori». Per gli investigatori si tratta di un documento contabile sospetto anche nella numerazione.
Imputati sono l'imprenditore edile Pasquale D'Alterio, titolare della ditta Fcm, e Giuseppe Raffone, attualmente in carcere, incaricato di avvicinare Bettucci e accusato di essere l'autore materiale degli spari.
Bacci, rispondendo come teste al pm Christine von Borries e alle difese, ha ricostruito i rapporti tra la sua azienda, la Coam, e la Fcm di D'Alterio a cui aveva affidato in subappalto alcuni lavori per un hotel a Milano, di cui la Coam aveva ricevuto la commessa generale. «Io non ho mai ricevuto minacce dirette, non ho mai incontrato Raffone, ma me le riferiva Bettucci e non avevo motivo per non crederci, ci credevo» ha detto in aula l'imprenditore fiorentino. Fabio Bettucci ha raccontato, invece, degli incontri, tre da fine 2016 in poi, con Raffone - uno dei quali a un distributore Esso sulla superstrada - «il quale sosteneva che dovessimo alla Fcm denaro per oltre 300.000 euro - ha detto lo stesso Bettucci - Ma era impossibile perché la Coam era in procedura fallimentare». Poi la Coam, che deteneva l’87% della Lucchese, sarà ammessa al concordato preventivo. «Raffone insisteva per recuperare i soldi previsti - ha detto Bettucci - altrimenti, diceva che avremmo passato dei brutti momenti. Lui sosteneva di sapere tutto di Bacci e di me, dove abitavamo e che era meglio se avessimo pagato».
Nell'udienza è emersa anche una fattura da 45.000 euro pagata dalla società Nikila Invest alla Fcm: secondo l'accusa la prova che l'estorsione fu consumata, a prescindere dalle minacce fatte con gli spari, perché la fattura sarebbe relativa agli stessi lavori eseguiti per la Coam e di cui la Coam, in acque difficili, non poteva onorare il pagamento. Bacci ha detto di non sapere nulla di questa fattura, ma ha ammesso che «dovendo stare ferma la Coam, eravamo d'accordo che la Fcm avrebbe avuto rapporti direttamente con Nikila Invest per mandare avanti i lavori». Per gli investigatori si tratta di un documento contabile sospetto anche nella numerazione.
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