Il Tirreno

Lucca

Un deserto grigio e verde: Tassignano

di Luigi Spinosi
Un deserto grigio e verde: Tassignano

Viaggio all’aeroporto dove adesso non è più possibile atterrare o decollare, tra uffici chiusi e pista completamente vuota

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CAPANNORI. È inutile suonare qui, non vi aprirà nessuno... La canzone di Celentano ti risuona in testa quasi naturalmente quando ti trovi davanti all’ingresso degli uffici della (fu) Società Aeroporto. E sì che varcando l’ingresso dello scalo di Tassignano sembra una mattina come tutte le altre, almeno da fuori. Questo a patto di non arrivare dal cavalcavia autostradale e di aver gettato un occhio, dall’alto sulla pista. Sì, perché se da fuori sembra tutto normale, con il parcheggio dell’aeroporto che non è il deserto che ti immagineresti, l’aspetto cambia drasticamente una volta scesi dall’auto.

Una settimana è passata da quando il tribunale di Lucca ha respinto la procedura di concordato preventivo decretando di fatto il fallimento della società di gestione. Pochi giorni che però hanno cambiato drasticamente il clima che si avverte, una volta appunto che si comincia a camminare nel parcheggio. Se non fosse per l’autostrada confinante e i suoi rumori sarebbe solo il silenzio. Qualche veicolo parcheggiato, come scritto, c’è. Le poche auto di chi opera nelle società che hanno sede qui, e poi alcuni veicoli di servizio che, però, in questo momento, sono destinati a restare fermi. Così come sono fermi i mezzi dell’emergenza aeroportuale, parcheggiati appena al di là del cancello che separa la pista dal parcheggio. Del resto, almeno fino a quando non ci sarà qualcuno che gestirà – temporaneamente o definitivamente – l’attività aeroportuale nessuno può utilizzare lo scalo. Di fatto fino a quel momento quello di Tassignano non è un aeroporto, ma solo una striscia di asfalto. Così quello che rappresenta il terminal è chiuso, nessuno risponde al citofono, anche perché dall’altra parte non c’è nessuno. Tutto chiuso, così come l’accesso alla terrazza panoramica esterna che si affaccia sulla pista. Per incontrare qualcuno bisogna andare più avanti, oltre la fine del parcheggio pubblico. Un dipendente di una delle società affittuaria di uno degli hangar prima, e poi, mentre se ne sta andando, anche l’ex amministratore delegato della Società Aeroporto, Eugenio Baronti. «Non è detta l’ultima parola – commenta l’ex Ad, riferendosi all’ipotesi del ricorso contro la decisione del tribunale (vedi articolo sotto) – ma ci vorranno mesi, e nel frattempo chi avrebbe potuto utilizzare questa struttura probabilmente se ne andrà altrove». È l’eterna diatriba, che lasciamo al dibattito politico in corso, tra la versione “occasione persa” e “spreco interrotto”.

Ma indipendentemente dalle motivazioni e dalle colpe, tra l’opzione “ali tarpate al rilancio” e quella “passo più lungo della gamba”, quando finalmente si arriva a guardare al di là delle recinzioni, l’immagine è desolante. Un deserto appunto. Un deserto grigio come la pista e verde come il prato che la circonda. Un paio di persone in lontananza, ma nessun un aereo, nemmeno parcheggiato. «Quando la scorsa settimana quelli dell’Aeroclub hanno portato via gli aerei mi è venuto da piangere a vedere la pista vuota – racconta la titolare del bar all’ingresso dell’aeroporto – e poi certi commenti che mi è toccato sentire, come quelli delle persone che dicevano di essere contente perché così non avrebbero più dovuto sopportare il rumore degli aerei. Però ci si dimentica che ora ci sono sei persone, sei famiglie, alcune anche con un mutuo, che sono senza lavoro».

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