Sicurezza
Oltre 20 anni di carcere per la banda dei 4 cinesi
di Luca Tronchetti
Rapinavano con metodi violenti commercianti di origine orientale Vittima del pestaggio anche il connazionale titolare dei magazzini «Caspita»
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SEGROMIGNO . Erano pericolosi. E dalla Cina prendevano di mira imprenditori e famiglie di connazionali che avevano fatto fortuna nel nostro Paese: li rapinavano con metodi violenti per poi spassarsela con il malloppo. Erano convinti che con quei metodi malavitosi nessuno avrebbe avuto il coraggio di denunciarli. Si sbagliavano. L’Italia non è «Chinatown» e alla fine i carabinieri li avevano acciuffati e arrestati. Era l’agosto di un anno fa e, al termine di un’articolata indagine, quattro cinesi finirono in manette con l’accusa di rapina, lesioni e sequestro di persona aggravati in concorso. Una cinquantina gli episodi contestati complessivamente. Ma il giudice dell’udienza preliminare Antonia Aracri li ha condannati in abbreviato per il caso avvenuto il 13 dicembre 2015 in via dei Bugni a Segromigno in Monte quando l’imprenditore cinese, 72 anni, titolare dei magazzini Caspita, venne rapinato dei gioielli per circa ventimila euro. Contestato anche il colpo dell’aprile 2014 a S. Anna ai danni di un ristoratore cinese titolare del Woksushi.
Le condanne. Le richieste del sostituto procuratore Elena Leone sono state accolte in toto dal gup. Condannato a 7 anni e 6 mesi di reclusione Zou Zhipeng, 49 anni, ritenuto il capo della gang made in China mentre gli altri tre connazionali - Sha Jianhui, 25 anni, Chen Zhi Peng, 27 anni e Wang Zecheng di 46 anni - sono stati condannati a 4 anni e 8 mesi di reclusione (60 giorni in più di quanto richiesto dal pubblico ministero). Al termine della lettura del dispositivo i quattro cinesi, tutti detenuti, sono stati fatti salire sul cellulare e riportati in carcere.
Il fatto. Per l’accusa i quattro componenti la gang, approfittando dell’oscurità e del fatto che il settantaduenne padrone di casa era uscito per depositare la spazzatura nel cassonetto vicino all’abitazione, spinsero all’interno della villetta il commerciante cinese e sotto la minaccia della pistola, rivelatasi in seguito una scacciacani, lo legarono al letto con dei lacci e lo picchiarono a sangue. Il tutto dopo averlo imbavagliato perché non gridasse. Alla fine del brutale pestaggio i quattro rapinatori portarono via denaro, gioielli e altri oggetti per un valore di 20.000 euro. Dopo circa mezz'ora il commerciante cinese riuscì a liberarsi e a dare l'allarme assieme alla figlia, che nel frattempo era tornata a casa. Sul posto intervennero i carabinieri che ebbero subito l’impressione che i malfattori conoscessero con esattezza le abitudini delle persone che vivevano nella casa. Coordinati dal sostituto procuratore Elena Leone i militari avviarono l'indagine e dopo uno scambio di informazioni con i colleghi di Santa Margherita ligure, diretti dal maggior Antonio De Rosa, scoprirono che gli autori del colpo erano alcuni asiatici dimoranti a Prato e già sospettati di colpi analoghi. Banditi in trasferta. Stando all’accusa i quattro membri della gang erano tutti senza lavoro, ma dediti alla bella vita e al continuo su e giù tra l'Italia e la Cina, dove probabilmente accumulano parte del bottino. Arrivarono in Italia grazie a un visto che ne certifica lo status di "cittadini modello". Ma la realtà è ben diversa: grazie a intercettazioni telefoniche e ambientali, i militari scoprirono che la banda si stava preparando a commettere altri crimini. Nelle perquisizioni successive vennero ritrovate due pistole scacciacani, notebook e documenti sottratti nell'abitazione di Segromigno. A convincere definitivamente i militari la corrispondenza tra i campioni biologici rinvenuti nell'appartamento e il Dna dei rapinatori.
Le condanne. Le richieste del sostituto procuratore Elena Leone sono state accolte in toto dal gup. Condannato a 7 anni e 6 mesi di reclusione Zou Zhipeng, 49 anni, ritenuto il capo della gang made in China mentre gli altri tre connazionali - Sha Jianhui, 25 anni, Chen Zhi Peng, 27 anni e Wang Zecheng di 46 anni - sono stati condannati a 4 anni e 8 mesi di reclusione (60 giorni in più di quanto richiesto dal pubblico ministero). Al termine della lettura del dispositivo i quattro cinesi, tutti detenuti, sono stati fatti salire sul cellulare e riportati in carcere.
Il fatto. Per l’accusa i quattro componenti la gang, approfittando dell’oscurità e del fatto che il settantaduenne padrone di casa era uscito per depositare la spazzatura nel cassonetto vicino all’abitazione, spinsero all’interno della villetta il commerciante cinese e sotto la minaccia della pistola, rivelatasi in seguito una scacciacani, lo legarono al letto con dei lacci e lo picchiarono a sangue. Il tutto dopo averlo imbavagliato perché non gridasse. Alla fine del brutale pestaggio i quattro rapinatori portarono via denaro, gioielli e altri oggetti per un valore di 20.000 euro. Dopo circa mezz'ora il commerciante cinese riuscì a liberarsi e a dare l'allarme assieme alla figlia, che nel frattempo era tornata a casa. Sul posto intervennero i carabinieri che ebbero subito l’impressione che i malfattori conoscessero con esattezza le abitudini delle persone che vivevano nella casa. Coordinati dal sostituto procuratore Elena Leone i militari avviarono l'indagine e dopo uno scambio di informazioni con i colleghi di Santa Margherita ligure, diretti dal maggior Antonio De Rosa, scoprirono che gli autori del colpo erano alcuni asiatici dimoranti a Prato e già sospettati di colpi analoghi. Banditi in trasferta. Stando all’accusa i quattro membri della gang erano tutti senza lavoro, ma dediti alla bella vita e al continuo su e giù tra l'Italia e la Cina, dove probabilmente accumulano parte del bottino. Arrivarono in Italia grazie a un visto che ne certifica lo status di "cittadini modello". Ma la realtà è ben diversa: grazie a intercettazioni telefoniche e ambientali, i militari scoprirono che la banda si stava preparando a commettere altri crimini. Nelle perquisizioni successive vennero ritrovate due pistole scacciacani, notebook e documenti sottratti nell'abitazione di Segromigno. A convincere definitivamente i militari la corrispondenza tra i campioni biologici rinvenuti nell'appartamento e il Dna dei rapinatori.
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