Sicurezza
Impiegata lucchese condannata per truffa ai danni di una collega
La donna, insieme a un’altra addetta dell’Università di Pisa, avrebbe convinto la vittima a versarle parte dello stipendio
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LUCCA. Una condanna a quattro mesi per truffa aggravata in concorso ai danni di una collaboratrice assunta con un contratto a termine per seguire un progetto all’interno dell’università. È la pena inflitta ieri mattina dal giudice Luca Salutini (pm Giovanni Porpora) a carico di due impiegate amministrative dell’ateneo. Si tratta di Ilaria Frediani, 52 anni, di Lucca, difesa dall’avvocato Giovanni Berti Mantellassi e di Nicoletta Mariani, 54 anni, di Pisa, assistita dall’avvocato Salvatore Salidu.
È una storia che risale al 2012 quella che ieri mattina si è conclusa nel primo grado di giudizio e che approderà in appello una volta depositate le motivazioni della sentenza di condanna. La parte offesa, una giovane contrattista, non si è costituita parte civile. Secondo l’accusa le due impiegate avevano detto alla collaboratrice a progetto che una parte del suo compenso avrebbe dovuto essere diviso con loro. «Lo ha deciso la dirigente del dipartimento» era stata la motivazione a sostegno della tesi per cui l’assunta a termine doveva dare due terzi del suo stipendio alle colleghe provvisorie. Una richiesta singolare alla quale la giovane non si era opposta. Magari le sembrava strano di dover dare qualche migliaio di euro (4mila a ciascuna impiegata) in una sorta di spartizione degli emolumenti previsti per il suo incarico a tempo determinato in un dipartimento di studi umanistici. Opposta la versione delle imputate. Nessuna costrizione, né raggiri per indurre la novizia in ateneo a cedere parte del suo compenso. Era stata lei, in difficoltà e non in grado di fare le ricerche, ad aver consegnato parte dei soldi per l’aiuto ricevuto durante il lavoro. Un gesto spontaneo privo di imposizioni. Un ragionamento a cui prima il pm e poi il giudice non hanno creduto.
La giovane alleggerita dello stipendio non denunciò direttamente la pratica cui venne sottoposta nel corso della sua esperienza lavorativa all’università. Parlando con una professoressa le confidò di quell’accordo particolare. Le spiegò che l’ordine arrivava proprio dalla responsabile del dipartimento e che lei si era adeguata, così come chiarito con le due impiegate poi rinviate a giudizio. Quando la docente riferì della chiacchierata alla presunta autrice del via libera alla spartizione del compenso, l’intesa diventò materia da esposto. La direttrice smentì di aver dato una disposizione del genere e, dopo aver sentito le parti, informò la direzione del rettorato. L’indagine interna si trasformò così in una denuncia in Procura e ieri in una condanna per le due impiegate che per il giudice si erano fatte pagare dalla contrattista a termine.
Pietro Barghigiani
È una storia che risale al 2012 quella che ieri mattina si è conclusa nel primo grado di giudizio e che approderà in appello una volta depositate le motivazioni della sentenza di condanna. La parte offesa, una giovane contrattista, non si è costituita parte civile. Secondo l’accusa le due impiegate avevano detto alla collaboratrice a progetto che una parte del suo compenso avrebbe dovuto essere diviso con loro. «Lo ha deciso la dirigente del dipartimento» era stata la motivazione a sostegno della tesi per cui l’assunta a termine doveva dare due terzi del suo stipendio alle colleghe provvisorie. Una richiesta singolare alla quale la giovane non si era opposta. Magari le sembrava strano di dover dare qualche migliaio di euro (4mila a ciascuna impiegata) in una sorta di spartizione degli emolumenti previsti per il suo incarico a tempo determinato in un dipartimento di studi umanistici. Opposta la versione delle imputate. Nessuna costrizione, né raggiri per indurre la novizia in ateneo a cedere parte del suo compenso. Era stata lei, in difficoltà e non in grado di fare le ricerche, ad aver consegnato parte dei soldi per l’aiuto ricevuto durante il lavoro. Un gesto spontaneo privo di imposizioni. Un ragionamento a cui prima il pm e poi il giudice non hanno creduto.
La giovane alleggerita dello stipendio non denunciò direttamente la pratica cui venne sottoposta nel corso della sua esperienza lavorativa all’università. Parlando con una professoressa le confidò di quell’accordo particolare. Le spiegò che l’ordine arrivava proprio dalla responsabile del dipartimento e che lei si era adeguata, così come chiarito con le due impiegate poi rinviate a giudizio. Quando la docente riferì della chiacchierata alla presunta autrice del via libera alla spartizione del compenso, l’intesa diventò materia da esposto. La direttrice smentì di aver dato una disposizione del genere e, dopo aver sentito le parti, informò la direzione del rettorato. L’indagine interna si trasformò così in una denuncia in Procura e ieri in una condanna per le due impiegate che per il giudice si erano fatte pagare dalla contrattista a termine.
Pietro Barghigiani
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