Il Tirreno

Lucca

Niente soldi per il rene tolto per errore: "Aspettano che muoia, ma io non mollo”

di Gianni Parrini
Niente soldi per il rene tolto per errore: "Aspettano che muoia, ma io non mollo”

Lucca: dopo 17 mesi Guido Dal Porto - vittima di un clamoroso caso di malasanità - non ha ricevuto un euro dall’Asl

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LUCCA. «Non ce la faccio più ad andare avanti. Campo grazie al lavoro dei miei figli e non ho soldi neppure per permettermi gli esami a cui quella dannata operazione mi costringe. L’Asl? Forse aspettano che muoia». Sono passati 17 mesi dal giorno in cui gli venne asportato il rene sano al posto di quello attaccato da un tumore. Da allora la vita di Guido Dal Porto, imprenditore 57enne di San Ginese, è amara: vive con un rene solo (neppure intero), il diabete mellito salito pericolosamente e l’ombra di un nuovo cancro all’orizzonte.

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È vittima di un clamoroso caso di malasanità a fronte del quale non ha ancora ottenuto alcuna forma di risarcimento: né morale né economica. Non solo: Dal Porto deve sottoporsi a continui esami diagnostici per escludere che il tumore (poi asportato dal dottor Massimo Cecchi) si ripresenti sull’unico e parziale rene che gli è rimasto. «Ma non posso permettermi tutti quei controlli – dice l’uomo – Ogni mese dovrei spendere 130 euro per l’ecografia, 122 per la cistoscopia, 160 per la risonanza e via dicendo.. In totale sono 400-450 euro. Soldi che non ho: l’unica entrata è una pensione di invalidità di 289 euro. Mia moglie è casalinga e io non posso lavorare per le mie condizioni di salute e per i problemi giudiziari (Dal Porto è ai domiciliari per una bancarotta, ndr). Campo sulle spalle dei miei due figli, Giacomo e Andrea, operai alla Toscana ondulati di Marlia. Invece di divertirsi come i ragazzi della loro età sono costretti a fare gli straordinari per pagare i miei esami. E una mortificazione assurda, se ci penso mi sale una rabbia...».

“L’evento avverso” – definizione Asl – capitò il 14 aprile 2016: la radiologa Claudia Gianni sbagliò a indicare sul referto della Tac il rene da asportare (destro anziché sinistro) e il chirurgo Stefano Torcigliani in sala operatoria non esaminò neppure l’immagine (che avrebbe svelato l’errore) limitandosi a leggere la nota scritta. “Errore cognitivo”, si giustifico l’Asl; “Cooperazione colposa nel reato di lesioni gravissime”, sostiene la procura che assieme ai due medici succitati ha imputato anche l’aiuto chirurgo Giuseppe Silvestri. Le udienze del processo sono già fissate: 12 ottobre (citazione in giudizio del responsabile civile, ovvero Asl) 11 gennaio, 25 gennaio e 8 febbraio. Il giudice Stefano Billet vuol marciare spedito per arrivare a sentenza. «Forse l’Asl spera che io muoia per pagare meno – dice Dal Porto – Mi dispiace deluderli: mi piego ma non mi spezzo. E prima di morire vado a incatenarmi al San Luca. I soldi non serviranno tanto per me, quanto per i miei figli: voglio lasciargli qualcosa».

Dall’azienda sanitaria, spiega Dal Porto, non una parola di scuse a parte le strampalate dichiarazioni post-danno. E neppure una risposta alla richiesta di risarcimento presentata dall’avvocato Veronica Nelli: siamo intorno al 1 milione e 800mila euro. Conti fatti sulla base delle tabelle che calcolano il cosiddetto “capitale umano” e danno un prezzo alle nostre vite, sulla base di determinati parametri: età, condizioni di salute, status sociale e molto altro. «La commissione che si occupa degli errori medici non ha ancora esaminato il mio caso – dice Dal Porto – Ogni volta c’è un impedimento. È un muro di gomma e nell’attesa vivo senza poter fare gli esami a cui sono costretto dal loro errore. Del resto so già che se dovesse tornarmi il tumore non avrei molte chance. E lo sa anche l’Asl».

Una situazione kafkiana in cui l’unico che si salva è il dottor Massimo Cecchi, il luminare che dopo aver asportato il tumore dall’unico rene rimasto a Dal Porto, continua a stargli vicino: «Sa delle mie difficoltà e attraverso il medico di famiglia ha fatto sapere che se devo fare una cistoscopia ci pensa lui, privatamente e gratis».
 

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