Sicurezza
A Villa Collemandina come a Brescello
La diatriba sullo spostamento dell’altare riporta alla memoria Don Camillo e Peppone di Guareschi
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VILLA COLLEMANDINA. Don Camillo e Peppone made in Garfagnana. La diatriba attorno all’altare della chiesa dei santi Sisto e Margherita di Villa Collemandina non accenna a placarsi. E se il parroco don Giuseppe Dini tira le orecchie al Comune per aver creato questo clima, il paese continua a essere spaccato.
La vicenda è semplice da riassumere: il parroco vorrebbe dividere la mensa in marmo (del 1700) e l’altare del Civitali (1519) uniti dopo il terremoto del 1920 per adattare la chiesa alle disposizioni del Concilio Vaticano II, che invita il parroco a celebrare rivolto verso il popolo. Parte dei parrocchiani però è contraria e ha proposto di realizzare, anche tramite una colletta, un nuovo altare per assolvere quanto scritto nella nota pastorale. La storia va avanti dal 2000 quando per la prima volta il parroco avanzò l’ipotesi, allora bocciata dalla Soprintendenza che giudicò il progetto “peggiorativo”. Dal 2015, la storia è ripresa e oggi vive di dispetti, vignette sui social e ripicche che hanno portato al mancato festeggiamento dei santi patroni, alla mancata concessione dello spazio antistante alla chiesa per il consueto raduno bandistico e all’assenza di don Dini alla cerimonia sui caduti sul lavoro. Di contro, non sono mancati manifesti contro il parroco in paese e su Facebook sono di attualità diverse vignette satiriche che ritraggono anche l’Arcivescovo. Alle “accuse”, don Dini ha risposto con il verbale del consiglio parrocchiale di pochi giorni fa dove ha dichiarato che nessuno gli ha mai chiesto di poter usare il sagrato per il raduno bandistico, che la partecipazione alla celebrazione per i caduti non è strettamente necessaria perché non è un evento religioso e che non festeggiare i due patroni «non è stato bello, ma educativo».
E la chiesa? Per ora è chiusa per lavori in corso, che non sembrano però essere iniziati, e agli abitanti sembra una sorta di “scomunica”. Insomma, la soluzione non sembra dietro l’angolo e quel che si denota è soprattutto l’assenza di un dialogo diretto tra le parti compresa l’amministrazione che cerca di non schierarsi troppo. Difficili equilibrismi però, così come, per i fedeli del parroco, è difficile fare la conta di chi sia favorevole o meno all’intervento. Che ci sarà, o almeno questo lascia presagire la chiusura della chiesa. Ma con il parere favorevole di chi? Nel 2015, don Dini ha presentato una nuova richiesta e stavolta la Soprintendenza ha concesso l’autorizzazione, ma il segretariato regionale l’ha dichiarata non competente sulla materia. Non resta che attendere il prossimo episodio. (l.d.)
La vicenda è semplice da riassumere: il parroco vorrebbe dividere la mensa in marmo (del 1700) e l’altare del Civitali (1519) uniti dopo il terremoto del 1920 per adattare la chiesa alle disposizioni del Concilio Vaticano II, che invita il parroco a celebrare rivolto verso il popolo. Parte dei parrocchiani però è contraria e ha proposto di realizzare, anche tramite una colletta, un nuovo altare per assolvere quanto scritto nella nota pastorale. La storia va avanti dal 2000 quando per la prima volta il parroco avanzò l’ipotesi, allora bocciata dalla Soprintendenza che giudicò il progetto “peggiorativo”. Dal 2015, la storia è ripresa e oggi vive di dispetti, vignette sui social e ripicche che hanno portato al mancato festeggiamento dei santi patroni, alla mancata concessione dello spazio antistante alla chiesa per il consueto raduno bandistico e all’assenza di don Dini alla cerimonia sui caduti sul lavoro. Di contro, non sono mancati manifesti contro il parroco in paese e su Facebook sono di attualità diverse vignette satiriche che ritraggono anche l’Arcivescovo. Alle “accuse”, don Dini ha risposto con il verbale del consiglio parrocchiale di pochi giorni fa dove ha dichiarato che nessuno gli ha mai chiesto di poter usare il sagrato per il raduno bandistico, che la partecipazione alla celebrazione per i caduti non è strettamente necessaria perché non è un evento religioso e che non festeggiare i due patroni «non è stato bello, ma educativo».
E la chiesa? Per ora è chiusa per lavori in corso, che non sembrano però essere iniziati, e agli abitanti sembra una sorta di “scomunica”. Insomma, la soluzione non sembra dietro l’angolo e quel che si denota è soprattutto l’assenza di un dialogo diretto tra le parti compresa l’amministrazione che cerca di non schierarsi troppo. Difficili equilibrismi però, così come, per i fedeli del parroco, è difficile fare la conta di chi sia favorevole o meno all’intervento. Che ci sarà, o almeno questo lascia presagire la chiusura della chiesa. Ma con il parere favorevole di chi? Nel 2015, don Dini ha presentato una nuova richiesta e stavolta la Soprintendenza ha concesso l’autorizzazione, ma il segretariato regionale l’ha dichiarata non competente sulla materia. Non resta che attendere il prossimo episodio. (l.d.)
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