Il Tirreno

Lucca

Appiccò il fuoco a Vania e andò a far la spesa

L'arresto di Pasquale Russo. Nel riquadro Vania Vannucchi
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L'arresto di Pasquale Russo. Nel riquadro Vania Vannucchi

Lucca: per il giudice, nelle motivazioni, crudeltà e premeditazione alla base di un omicidio pianificato dall’imputato che minacciò di morte pure i figli della donna

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LUCCA. Ventotto pagine per ribadire un concetto più volte espresso durante il processo dal pubblico ministero Piero Alessandro Capizzoto: le aggravanti della crudeltà e della premeditazione sono insite nel femmicidio di Vania Vannucchi  a opera della persona che sosteneva di amarla, l’imputato Pasquale Russo. Le motivazioni della sentenza che condanna in abbreviato a trent’anni di reclusione l’autore di uno dei crimini più efferati avvenuti in Lucchesia negli ultimi decenni sono state depositate in cancelleria - e quindi venute a conoscenza dei legali di Russo (avvocati Gianfelice Cesaretti e Paolo Mei) e della parte civile (Elena Libone, Marco Taddei e Simona Salvanetti) - dal giudice dell’udienza preliminare Antonia Aracri. E le conclusioni a cui giunge il gup sposano in pieno quelle del magistrato requirente. In sostanza cambia soltanto la definizione della pena: non ergastolo, fine pena mai, ma 30 anni di carcere in virtù della scelta del rito abbreviato che prevede lo sconto di un terzo della pena.

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Al di là delle minuziosa ricostruzione della vicenda ci sono passaggi che lasciano i brividi sulla pelle anche di chi conosce il diritto nei meandri più reconditi. Si resta senza fiato nel constatare come una persona che sino a quel momento non aveva avuto problemi con la giustizia - non un delinquente incallito quindi - rifiuta l’idea dell’abbandono da parte di una donna. E rifiuta la normalità di un rapporto, di un comportamento civile: quella di lasciarla libera di decidere, di scegliere, di vivere la propria vita. Si legge nell’ultima pagina delle motivazioni della sentenza: «L’atteggiamento tenuto da Pasquale Russo, dopo aver appiccato il fuoco a Vania Vannucchi, conferma la premeditazione: si è allontanato dai luoghi, lasciando che la donna fosse divorata dalle fiamme, è andato a sbrigare incombenze familiari e cioè si è recato con il figlio al supermercato. Tutto ciò non è indice soltanto di lucidità, freddezza e disposizione spietata verso Vania, ma di compiutezza delle azioni sviluppatesi sino a quel momento: Pasquale Russo aveva raggiunto il suo scopo, aveva eliminato la donna che gli avrebbe rovinato la vita; pertanto, poteva rientrare regolarmente nella sua dimensione familiare». Parole che non lasciano adito a dubbi interpretativi. Comportamenti distanti anni luce da quelli di un uomo.

L’ultimo confronto, nella mente dell’imputato anche l’ultima occasione offerta alla vittima affinché recedesse dal proposito di denunciarlo per il furto notturno del telefonino, avviene attorno alle 12,20 del 2 agosto, qualche ora prima che Vania Vannucchi venisse cosparsa di benzina e arsa viva da Pasquale Russo. E lì nella casa della donna, in via delle Cornacchie l’ex dipendente di una cooperativa che lavora per l’ospedale, prima di andarsene arriva a minacciare di morte non solo la sua ex, ma anche i figli di lei. Si legge nelle motivazioni del giudice Aracri: «Attorno alle 12.20 egli si recava ancora una volta a casa della Vannucchi, alla presenza della figlia Valentina, e cercava di persuaderla che non era stato lui a rubarle il cellulare durante la notte». E quando l’operatrice sanitaria gli preannunciava la denuncia per furto e la rivelazione ai colleghi e familiari della natura del rapporto intrattenuto con lui: «Pasquale Russo, andandosene, ha rivolto la sua minaccia di morte verso tutti: Vania Vannucchi e i suoi figli. e ha poi attirato la donna nell’area dell’ospedale che ben conosceva, in un perimetro che sapeva non coperto da telecamere e in cui poteva agire indisturbato. Si è avvalso del fuoco perché non lascia traccia. Ha agito freddamente, ha pianificato accuratamente nell’arco temporale tra le 8.21 e le 12:06 la sua azione omicida».

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