Il Tirreno

Lucca

Gino Bertoncini, grande cantore della piccola Valle

di UMBERTO SERENI*
Gino Bertoncini, grande cantore della piccola Valle

Il pittore castelnuovese ha raffigurato  l’identità profonda della Garfagnana

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La bella mostra che Castelnuovo Garfagnana ha dedicato al pittore Gino Bertoncini sta raccogliendo qualificati apprezzamenti – primo fra tanti quello di Vittorio Sgarbi – e registra un continuo flusso di visitatori. Per gli organizzatori, i generosi animatori dell’associazione che si è formata con l’obiettivo di onorare la memoria del pittore castelnuovese, questi positivi riscontri rappresentano un meritato premio alla loro appassionata sfida di realizzare in Valle del Serchio una iniziativa di alta qualità artistica. Contribuendo così a sviluppare, nel verso giusto, quel ragionamento sulla cultura l’arte e la sensibilità della Valle che passa attraverso la riscoperta e la valorizzazione delle esperienze artistiche del Novecento valligiano.

Con Gino Bertoncini, delicato pittore di una Garfagnana agreste, fatta di casolari baciati dal sole, di campi lavorati e di selve luminose, si allunga di un anello di sicuro valore quella catena dei pittori che dal paesaggio della valle percorsa dal Serchio hanno saputo trarre ispirazioni e suggestioni che, trasferite nelle loro opere, le hanno procurato l’identità di luogo dell’arte. Se proviamo a fissare i nomi di questa aurea catena che si apre con Alberto Magri e procede con Balduini, Vittorini, Cordati e si svolge con i maestri garfagnini Santini e Paltrinieri, e arriva al borghigiano Lamberti e ai fratelli Cavani e quindi a Bertoncini, ci rendiamo conto della straordinaria ricchezza di pittura e d’arte che è maturata e si è manifestata in questo limitato spazio di territorio. In tutto una striscia di terra, compresa fra due catene di monti, caratterizzata dalla fitta presenza di villaggi disposti sui colli e di pochi modesti nuclei urbani situati nella parte pianeggiante. Da queste sue caratteristiche derivavano tanto una sua pronunciata vocazione all’autosufficienza, che finiva con il limitare le aperture agli influssi ed alle influenze che potevano venire dall’esterno, quanto una sua inveterata tendenza a esasperare le tensioni municipali, che rendeva difficile la maturazione di una cultura e di un sentimento dell’unità reale, sociale, etica della Valle.

Mondo piccolo, con tutto quello che ne consegue nel bene e nel male, la Valle del Serchio ha sofferto e pagato per questa sua collocazione periferica che era l’esito di una situazione insieme voluta e subita: il risultato della congiunzione di disegni e tendenze che rafforzavano il primato acquisito storicamente dai centri del potere con la vocazione isolazionista che la Valle adottava in funzione difensiva, come il più efficace strumento per preservare la sua identità. Se teniamo in giusto conto queste considerazioni, che rimandano a più complessi ragionamenti sulla vicenda storica che la Valle ha conosciuto nei decenni che ci precedono allora forse è possibile giungere a cogliere ed a definire quel magico grumo di suggestioni, sollecitazioni, ansie e motivazioni profonde che ha dato vita e si è manifestato con la straordinaria stagione della pittura valligiana. Come non vedere in quella totalizzante e coinvolgente passione per il territorio, che anima e percorre tutta vicenda dell’arte della Valle una volontà di riscatto ed un’ansia di affermazione che si esprimevano con i mezzi che gli artisti valligiani avevano a disposizione?

Il ragionamento, messo così, non è facile da acquisire e da digerire, eppure da quest’ordine di considerazioni non si può derogare, se vogliamo dare un senso ad una vicenda che riguarda il complesso del sentire di un ciclo della civiltà valligiana che ha trovato nei suoi pittori gli interpreti delle pulsioni che la percorrevano nel profondo.

Del resto tutto risulta più chiaro e più convincente se poniamo all’inizio di questa storia il manifesto che il pittore castelnuovese Giovanni Giorgi realizzò per propagandare l’Esposizione garfagnina del 1896: una composizione nel miglior stile allegorico dell’epoca. Vi si vedeva l’Italia, raffigurata nelle seducente sembianze di una turrita matrona che riceveva gli omaggi del popolo garfagnino, rappresentato da un fiero leone che finalmente aveva spezzato le catene del suo servaggio. E assieme a quel manifesto mettiamo il quadro che Giorgi dipinse per celebrare la sua cittadina, quella “Piazza di Castelnuovo in festa” che è la felice rappresentazione di quel senso del vivere, insieme appagato e fiducioso, tipico della civiltà delle buone maniere che dominava l’Europa di prima della guerra mondiale. Tutta una storia d’arte, che va dalla meravigliosa “Piazza di Castelnuovo in festa “e arriva alle splendide tavole di Bertoncini, che sono adesso in mostra nella chiesa di Santa Lucia, ha tratto alimento dall’avvenuta assunzione del paesaggio della Valle come luogo aureo della Bellezza.

La coscienza di vivere in uno spazio incantato dove la Natura e la Storia avevano cooperato per accumulare una testimonianza di quello Spirito della Bellezza che il vorticoso incedere dei tempi delle macchine trionfanti andava distruggendo, stava all’origine della pittura e della sensibilità valligiana. Che il mondo avesse imboccato una china tremenda e fosse atteso da un cupo futuro lo aveva sperimentato personalmente Alberto Magri quando fuggiva da Parigi, dove si era recato per affinare la sua pittura e abbandonando la tentacolare capitale francese lasciava scritto su un muro un grido di disperazione e di speranza: “Abbasso Parigi Viva Barga” che valeva come un programma di vita e d’arte.

Ognuno per suo conto, tutti gli artisti valligiani ripetevano quel grido ogniqualvolta si disponevano a immergersi nel paesaggio che li avvolgeva, cercavano di afferrarne i segreti che li ammaliavano e con una tensione che li divorava si impegnavano a fissare sulla tela quel tumulto di emozioni che avevano provato guardando le cose antiche, sempre nuove:
“L’albero, il ragno, l’ape, lo stelo/
cose ch’han molti secoli o un anno/
o un’ora e quelle nubi che vanno”.

Sono versi tratti da “L’Ora di Barga”, forse la poesia più rivelatrice delle ragioni della decisione di Giovanni Pascoli di venire a dimorare in Valle del Serchio.

Siamo così arrivati a Giovanni Pascoli, che è il cuor de’cuori della lunga generazione artistica valligiana.

Agli spiriti in cerca di Verità e Bellezza che soffrivano per la grigia mediocrità dell’ambiente sociale nel quale vivevano, Giovanni Pascoli fornì la soluzione dei loro tormenti, guidò la loro ricerca, evitò che si perdessero in accidiose, sterili frustrazioni, li accompagnò nell’incontro con quell’immenso patrimonio di Bellezza custodito dal paesaggio. Quell’incontro, che li coinvolse con la forza di un vero e proprio innamoramento, fu la loro salvezza: avevano trovato la Bellezza, si sentivano i fortunati destinatari di un Grande Dono e si adoperavano con le loro opere a beneficare di linfa vitale il tempo e il mondo che li circondavano. Dalla maestosa solennità delle Apuane, dalla rassicurante dolcezza della Pania di Corfino, dalle fresche acque del fiume, dalle selve profumate, dai campi lavorati, dai buoni covoni di fieno, traevano immagini di intensa suggestione alle quali, pur nelle diverse forme espressive, i pittori affidavano lo stesso messaggio. Quel messaggio era la applicazione, con i mezzi a loro disposizione – i quadri dedicati al paesaggio valligiano– della verità disvelata da Giovanni Pascoli: la Valle del Serchio era la valle del Bello e del Buono. Un luogo dell’anima, capace di dare quiete ed infondere vigore agli spiriti tormentati, una testimonianza vivente di quell’Eden dell’innocenza e della bellezza sorgiva che l’avanzante epoca del macchinismo andava distruggendo.

È questa la chiave più efficace con la quale si deve guardare alla mostra di Gino Bertoncini: ogni sua opera, ben riprodotta nel catalogo edito da Maria Pacini Fazzi, partecipa a quella temperie di quieto incantesimo che la poesia di Pascoli aveva celebrato ed emana la pacificante sensazione della serenità delle cose quotidiane. Questa virtù prodigiosa l’ha bene intesa Vittorio Sgarbi che nel pensiero affidato all’album della mostra ha scritto: «Commovente prova di intimità con i luoghi e con le cose».

*ordinario di storia

contemporanea

all’università di Udine

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