Trasporti
Pericoli e divieti: ecco “l’altro mare”
Lucca, in tanti vanno sul fiume per riposarsi al fresco: ma sarebbe un’area nella quale la balneazione è interdetta
LUCCA. Una classica domenica di luglio: il solito ridotto spazio per stendere l’asciugamano, qualcuno che improvvisa un picnic all’ombra dei pochi alberi presenti e una gara di tuffi a tutti gli effetti, con tanto di giudice a stabilire il punteggio. La scena è di routine, quello che stona tuttavia è la cornice: siamo sulle sponde del Serchio, dove dal 4 agosto 2015 per volere della Provincia di Lucca e d’intesa con il Comune vige un’ordinanza che vieta la balneazione, a seguito della morte, l’ultima in ordine di tempo, il 22 luglio dello stesso anno di Mamodou Bakayoko, un giovane ivoriano ospite della tensostruttura delle Tagliate. Divieto non rispettato a quanto pare, nonostante i cartelli scritti in tre lingue (italiano, inglese e francese) che fugano ogni dubbio. O meglio il cartello, l’unico rimasto, all’altezza di Monte San Quirico, visto che l’altro, in prossimità della passerella, alla fine di via della Scogliera, è stato divelto.
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I bagnanti - turisti stranieri, qualche lucchese e tanti richiedenti asilo della Croce Rossa -, sembrano non curarsi non solo del divieto, ma soprattutto del pericolo derivante dal trovare refrigerio nelle acque gelate e profonde del Serchio, un “mare povero” pronto ad accogliere chi, per impossibilità economica o per mancanza di tempo, non riesce a recarsi al mare, quello vero. «Vengo qui quando posso - ci spiega Sughi, aiuto cuoco pakistano in un ristorante del centro - non ho tanto tempo a disposizione e tra un turno e l’altro mi vengo a riposare al fiume. Quando ho il giorno libero mi segue anche la famiglia». Più sotto, alle cascate, 500 metri oltre la passerella pedonale, un gruppetto di ragazzi originari del Marocco si apprestano a iniziare una gara di tuffi. «Il divieto? Noi non ne sappiamo niente, i nostri genitori non hanno i soldi per portarci al mare. Siamo in tre e non diamo fastidio a nessuno, facciamo solo il bagno, in città si muore dal caldo». Tra i lucchesi, assidui frequentatori del Serchio, c’è Ada di Massa Macinaia, che si lamenta del divieto: «Faccio il bagno nel fiume da 20 anni, però da quando sono accadute quelle morti non mi sento tranquilla, per paura dei controlli, anche se assenti. Io la zona la conosco e chi è annegato è perché non era esperto».
Dello stesso parere Elia, che quando la temperatura si fa insostenibile scende da Monte San Quirico con la fidanzata Roberta: «“La colpa è di coloro che si buttano, senza tenere conto delle correnti e delle buche. Basterebbe un po’ di attenzione e di cartelli non ce ne sarebbe bisogno». Oltre a placare il calore estivo, l’alveo del Serchio è mèta di corridori e anziani, armati di bicicletta. A uno di loro domandiamo se si vedono sul fiume forze dell’ordine intente a punire i trasgressori: «Di qua passano spesso carabinieri e polizia municipale, danno un’occhiata, accertano che tutto sia grosso modo in regola e nessuno dia fastidio e poi proseguono, senza problemi». Che occorra allora attendere un nuovo morto perché si faccia rispettare il divieto?
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