Finanza
Centrali a biomasse, crisi senza fine
di Luca Cinotti
Chiedono il concordato due aziende che operavano a San Marco: fatali le riduzioni delle tariffe riconosciute dal Gse
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LUCCA. Si inabissa definitivamente il progetto degli impianti a biomasse in via della Canovetta a San Marco, a lungo contestato dagli ambientalisti e dai residenti. Dopo il fallimento di una delle due aziende che avevano dato il via all’impresa (la Dispensa Gourmet, dichiarata in bancarotta dal giudice a maggio di due anni fa), ora arriva la richiesta di concordato per l’altra ditta coinvolta, la Romea Import Export. Stesso destino anche per una terza società, la Alga Energy, nella quale era stato conferito il ramo di azienda dei due impianti di cogenerazione.
Progetto nato in salita, quello delle biomasse di San Marco. Anche se le basi economiche, in quel periodo, sembravano poter essere promettenti, fra il 2009 e il 2010. Come si spiega anche nel ricorso per chiedere il concordato da parte di Romea, infatti, si trattava allora di un «settore in rapida espansione e, in quel momento, particolarmente redditizio grazie agli incentivi tariffari introdotti dalla legislazione vigente e all’agevolato accesso al credito per le imprese intenzionate a investire in questo settore».
Dunque, le due società gemelle (Romea e Dispensa gourmet) danno il via ai lavori e costruiscono le due centrali da alimentare a biomasse.
Il percorso, come si diceva è accidentato. In primis per la contrapposizione di molti residenti della zona, che arrivano a formare un comitato per chiedere trasparenza e sicurezza, soprattutto per quanto riguarda le questioni ambientali. Gli impianti svolsero diverse marce controllate, cioè periodi di funzionamento sotto il controllo dell’Arpat.
Ma a mettere in ginocchio il progetto sono state questioni amministrative e legali. Così come sono ripercorse anche nella richiesta di concordato di Romea: nel 2012 la società aveva sottoscritto una convenzione con il Gse (Gestore dei servizi energetici) «per il ritiro dell’energia elettrica a fronte di una tariffa incentivante». Proprio la questione della tariffa incentivante (cioè dei soldi che Gse doveva riconoscere per l’energia acquistata dalle aziende lucchesi) è stata decisiva - in negativo. All’inizio, infatti, doveva essere di 0,28 euro per kilowatt, ma poi è stata ridotta in maniera unilaterale da Gse a 0,2448 euro per kilowatt». Una differenza che di fatto non ha reso sostenibile l’investimento economico.
Anche perché, nel frattempo, l’investimento di Romea si era fatto più pesante. A inizio 2013, infatti, Romea aveva conferito il ramo d’azienda della gestione dell’impianti alla società Alga energy. Si tratta della start-up partecipata all’85% dal fondo Sici (e per il 15% da Romea) che doveva fornire alle centrali l’olio da bruciare, ricavato dalle alghe. A un certo punto, però il fondo, decise di liberarsi della società, ritenendo che non avesse la capacità di garantire un equilibrio economico. A quel punto (fra 2013 e 2014, Romea ha acquisito prima il 60%, poi il 100% di Alga energy, acquisendo le quote dalla Sici e il connesso prestito obbligazionario per un corrispettivo di 2,2 milioni di euro. Cifra alla quale va aggiunto il leasing di 1,7 milioni per le realizzazione degli impianti.
Ora sia Romea che Alga energy hanno chiesto il concordato, anche per bloccare le procedure esecutive nei loro confronti (fra le quali quella della Banca del Monte). Le due società ora dovranno presentare un piano per cercare di salvare il salvabile e di ottenere l’ok da parte di creditori e dei giudici.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Progetto nato in salita, quello delle biomasse di San Marco. Anche se le basi economiche, in quel periodo, sembravano poter essere promettenti, fra il 2009 e il 2010. Come si spiega anche nel ricorso per chiedere il concordato da parte di Romea, infatti, si trattava allora di un «settore in rapida espansione e, in quel momento, particolarmente redditizio grazie agli incentivi tariffari introdotti dalla legislazione vigente e all’agevolato accesso al credito per le imprese intenzionate a investire in questo settore».
Dunque, le due società gemelle (Romea e Dispensa gourmet) danno il via ai lavori e costruiscono le due centrali da alimentare a biomasse.
Il percorso, come si diceva è accidentato. In primis per la contrapposizione di molti residenti della zona, che arrivano a formare un comitato per chiedere trasparenza e sicurezza, soprattutto per quanto riguarda le questioni ambientali. Gli impianti svolsero diverse marce controllate, cioè periodi di funzionamento sotto il controllo dell’Arpat.
Ma a mettere in ginocchio il progetto sono state questioni amministrative e legali. Così come sono ripercorse anche nella richiesta di concordato di Romea: nel 2012 la società aveva sottoscritto una convenzione con il Gse (Gestore dei servizi energetici) «per il ritiro dell’energia elettrica a fronte di una tariffa incentivante». Proprio la questione della tariffa incentivante (cioè dei soldi che Gse doveva riconoscere per l’energia acquistata dalle aziende lucchesi) è stata decisiva - in negativo. All’inizio, infatti, doveva essere di 0,28 euro per kilowatt, ma poi è stata ridotta in maniera unilaterale da Gse a 0,2448 euro per kilowatt». Una differenza che di fatto non ha reso sostenibile l’investimento economico.
Anche perché, nel frattempo, l’investimento di Romea si era fatto più pesante. A inizio 2013, infatti, Romea aveva conferito il ramo d’azienda della gestione dell’impianti alla società Alga energy. Si tratta della start-up partecipata all’85% dal fondo Sici (e per il 15% da Romea) che doveva fornire alle centrali l’olio da bruciare, ricavato dalle alghe. A un certo punto, però il fondo, decise di liberarsi della società, ritenendo che non avesse la capacità di garantire un equilibrio economico. A quel punto (fra 2013 e 2014, Romea ha acquisito prima il 60%, poi il 100% di Alga energy, acquisendo le quote dalla Sici e il connesso prestito obbligazionario per un corrispettivo di 2,2 milioni di euro. Cifra alla quale va aggiunto il leasing di 1,7 milioni per le realizzazione degli impianti.
Ora sia Romea che Alga energy hanno chiesto il concordato, anche per bloccare le procedure esecutive nei loro confronti (fra le quali quella della Banca del Monte). Le due società ora dovranno presentare un piano per cercare di salvare il salvabile e di ottenere l’ok da parte di creditori e dei giudici.
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