La manifestazione
Lucca solare, un errore «Ma recupereremo»
di Luigi Spinosi
Il presidente Bertocchini annuncia l’operazione trasparenza
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LUCCA. «Sì, come investimento non è certo stato il massimo, anzi, fa piuttosto schifo. Ma con il senno di poi è facile giudicare»: una cosa è certa, il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Marcello Bertocchini non ricorre ai giri di parole per spiegare un concetto. E non lo fa nemmeno sul caso “Lucca Solare”, l’investimento operato dalla Fondazione nel 2011 e al centro di un’ispezione del ministero delle Finanze andata avanti per alcuni mesi tra l’aprile e il luglio 2016, e della conferenza convocata ieri mattina a San Micheletto, alla presenza anche della direttrice della Fondazione Maria Teresa Perelli.
La verifica era partita dalla segnalazione del consigliere della Fondazione, ed ex presidente della Crl, Alberto Varetti, e, sottolinea Bertocchini, il controllo «non ha riguardato l’operato della Fondazione, ma esclusivamente il caso Lucca Solare”. Quello cioè che, sintetizzando al massimo, si può chiamare un caso di investimento sbagliato. Tutto nasce nel dicembre 2011, quando la Fondazione decide – dopo un percorso di indagine del mercato andata avanti quasi un anno – di fare un investimento finanziario nel campo del fotovoltaico. Un settore all’epoca in fermento, una vera e propria “moda”, per ricorrere a un termine usato dallo stesso presidente. E investire nel campo delle energie rinnovabili sembrava un’ottima idea. Nacque così, con un investimento iniziale di 9, 8 milioni di euro da parte della Fondazione, la Lucca Solare. Una società di cui la Fondazione deteneva il 49% con l’immobiliare “Il Leccio” quale socio di maggioranza. Ma quasi subito iniziarono i problemi: se fino a quel momento il settore fotovoltaico sembrava la classica gallina dalle uova d’oro per chi vi investiva, nella primavera del 2012 (cioè appena pochi mesi dopo) la situazione è drasticamente cambiata. Le nuove regole introdotte per questa attività hanno cambiato (in peggio) le carte in tavola per quanto riguardava la convenienze degli investimenti. Il tutto accompagnato dallo stato di crisi che ha colpito l’allora socio di maggioranza.
A questo punto, ha ricordato Bertocchini, la Fondazione si è trovata davanti a bivio: «Potevamo dismettere la nostra partecipazione, con tutto ciò che avrebbe comportato per dipendenti e fornitori sotto forma di mancati pagamenti; oppure potevamo cercare di proteggere il nostro investimento». E fu questa la strada individuata, con l’individuazione di un nuovo socio di maggioranza (la Green Utility Spa) e la sottoscrizione di un’obbligazione da 21 milioni di euro. Questo ha portato a un nuovo piano industriale, che – secondo le previsioni – non porterà certo a ottenere gli utili preventivati nel 2011, ma, almeno, permetterà di non andare in perdita. Il business plan che è stato elaborato prevede una ricapitalizzazione di 8 milioni di euro (poco più della metà già investiti, mentre il resto sarà messo nelle prossime settimane), la rinegoziazione dell’indebitamento, e un potenziamento degli impianti (per una produzione che passerà da 25 a 30 MW). Da qui al 2033, quando gli impianti giungeranno presumibilmente alla fine del loro ciclo produttivo, i conti – secondo il piano – sono destinati a tornare: in totale si saranno investiti 39 milioni di euro, a fronte dei 41 anche si prevede di ritrovarsi in cassa. Alla fine, insomma, il conto dovrebbe tornare in positivo, anche se quella rendita del 5, 1% non entrerà certo nella storia degli investimenti più fruttuosi. «Ma certo – ha detto Borracchini riferendosi a un articolo pubblicato dal quotidiano “La verità” – non siamo davanti a un nuovo caso Mps in Toscana, come è stato scritto».
Storia e previsioni che sono contenute nella risposta («Approvata all’unanimità da tutti gli organi») che il 30 giugno scorso la Fondazione ha inviato al Ministero. Una risposta ai dubbi sollevati dallo stesso Ministero nel suo documento, il cui contenuto non è stato svelato, ma sintetizzato dallo stesso Bertocchini con una frase: «Ci è stato detto che non gli è piaciuta questa operazione».
Ma non è rappresentata solo dai conti la risposta inviata a Roma. Sì, perché in questa storia si era inserita una questione etica, una situazione di conflitto di interessi. «Non è stato un conflitto diretto – ha detto il presidente – non è che qualcuno si è intascato qualcosa. Semplicemente l’ex presidente della Fondazione Arturo Lattanzi era anche presidente della società di consulenza Out & About, che aveva tra i suoi clienti anche Il Leccio. Niente di irregolare, ma sarebbe stato meglio esserne a conoscenza». Da qui la revisione dello statuto della fondazione e, soprattutto, del codice etico, con l’istituzione (il primo febbraio scorso) di un’apposita commissione. Codice che prevede l’obbligo di rendere trasparenti tutti gli interessi personali, indipendentemente dall’esistenza o meno di situazioni di conflitto con la Fondazione.
La verifica era partita dalla segnalazione del consigliere della Fondazione, ed ex presidente della Crl, Alberto Varetti, e, sottolinea Bertocchini, il controllo «non ha riguardato l’operato della Fondazione, ma esclusivamente il caso Lucca Solare”. Quello cioè che, sintetizzando al massimo, si può chiamare un caso di investimento sbagliato. Tutto nasce nel dicembre 2011, quando la Fondazione decide – dopo un percorso di indagine del mercato andata avanti quasi un anno – di fare un investimento finanziario nel campo del fotovoltaico. Un settore all’epoca in fermento, una vera e propria “moda”, per ricorrere a un termine usato dallo stesso presidente. E investire nel campo delle energie rinnovabili sembrava un’ottima idea. Nacque così, con un investimento iniziale di 9, 8 milioni di euro da parte della Fondazione, la Lucca Solare. Una società di cui la Fondazione deteneva il 49% con l’immobiliare “Il Leccio” quale socio di maggioranza. Ma quasi subito iniziarono i problemi: se fino a quel momento il settore fotovoltaico sembrava la classica gallina dalle uova d’oro per chi vi investiva, nella primavera del 2012 (cioè appena pochi mesi dopo) la situazione è drasticamente cambiata. Le nuove regole introdotte per questa attività hanno cambiato (in peggio) le carte in tavola per quanto riguardava la convenienze degli investimenti. Il tutto accompagnato dallo stato di crisi che ha colpito l’allora socio di maggioranza.
A questo punto, ha ricordato Bertocchini, la Fondazione si è trovata davanti a bivio: «Potevamo dismettere la nostra partecipazione, con tutto ciò che avrebbe comportato per dipendenti e fornitori sotto forma di mancati pagamenti; oppure potevamo cercare di proteggere il nostro investimento». E fu questa la strada individuata, con l’individuazione di un nuovo socio di maggioranza (la Green Utility Spa) e la sottoscrizione di un’obbligazione da 21 milioni di euro. Questo ha portato a un nuovo piano industriale, che – secondo le previsioni – non porterà certo a ottenere gli utili preventivati nel 2011, ma, almeno, permetterà di non andare in perdita. Il business plan che è stato elaborato prevede una ricapitalizzazione di 8 milioni di euro (poco più della metà già investiti, mentre il resto sarà messo nelle prossime settimane), la rinegoziazione dell’indebitamento, e un potenziamento degli impianti (per una produzione che passerà da 25 a 30 MW). Da qui al 2033, quando gli impianti giungeranno presumibilmente alla fine del loro ciclo produttivo, i conti – secondo il piano – sono destinati a tornare: in totale si saranno investiti 39 milioni di euro, a fronte dei 41 anche si prevede di ritrovarsi in cassa. Alla fine, insomma, il conto dovrebbe tornare in positivo, anche se quella rendita del 5, 1% non entrerà certo nella storia degli investimenti più fruttuosi. «Ma certo – ha detto Borracchini riferendosi a un articolo pubblicato dal quotidiano “La verità” – non siamo davanti a un nuovo caso Mps in Toscana, come è stato scritto».
Storia e previsioni che sono contenute nella risposta («Approvata all’unanimità da tutti gli organi») che il 30 giugno scorso la Fondazione ha inviato al Ministero. Una risposta ai dubbi sollevati dallo stesso Ministero nel suo documento, il cui contenuto non è stato svelato, ma sintetizzato dallo stesso Bertocchini con una frase: «Ci è stato detto che non gli è piaciuta questa operazione».
Ma non è rappresentata solo dai conti la risposta inviata a Roma. Sì, perché in questa storia si era inserita una questione etica, una situazione di conflitto di interessi. «Non è stato un conflitto diretto – ha detto il presidente – non è che qualcuno si è intascato qualcosa. Semplicemente l’ex presidente della Fondazione Arturo Lattanzi era anche presidente della società di consulenza Out & About, che aveva tra i suoi clienti anche Il Leccio. Niente di irregolare, ma sarebbe stato meglio esserne a conoscenza». Da qui la revisione dello statuto della fondazione e, soprattutto, del codice etico, con l’istituzione (il primo febbraio scorso) di un’apposita commissione. Codice che prevede l’obbligo di rendere trasparenti tutti gli interessi personali, indipendentemente dall’esistenza o meno di situazioni di conflitto con la Fondazione.
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