Sicurezza
La compagnia assicurativa paga il figlio non biologico
di Luca Tronchetti
Sentenza rivoluzionaria del giudice civile legata al risarcimento del danno per un incidente stradale che costò la vita a un noto agente pubblicitario
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LUCCA. Dopo tante parole pronunciate al vento il giovane giudice civile del tribunale di Lucca, Alice Croci, pronuncia una sentenza che farà giurisprudenza equiparando, non a livello simbolico ma a livello pratico, un figlio non biologico e non adottato a un figlio naturale. Che per la morte, causata nel marzo 2012 da un incidente stradale, della figura maschile di riferimento del ragazzo dall’età di 5 anni sino al giorno del diciottesimo compleanno ha ricevuto un indennizzo dall’assicurazione che non voleva versare un euro pari a duecentomila euro. La stessa cifra che sarebbe spettata se il ragazzo fosse stato figlio naturale della vittima. La storia è quella di Massimiliano Pellegrini, 41 anni, originario di Chiesina Uzzanese, ma residente a Carraia, agente pubblicitario e appassionato di basket. Morì in seguito alle lesioni interne e alla testa provocate dal tamponamento della sua Mini Cooper da parte di un bus turistico diretto a Firenze con il conducente condannato per omicidio, che patteggiò la pena riconoscendo la sua colpevolezza, che si era distratto alla guida guardando gli aerei atterrare a Peretola. La compagnia dell’agenzia turistica proprietaria dell’autobus riconobbe in modo extragiudiziale il risarcimento ai genitori della vittima. Ma si rifiutò di pagare per la convivente more uxorio e per il di lei figlio, avuto da una precedente relazione e non riconosciuto dal padre tanto da portare il cognome della donna. Il legale della compagnia eccepì il difetto di legittimazione attiva legato al risarcimento. Così la donna, senza un lavoro fisso e con il figlio a carico, si rivolse allo studio legale Gori-Ottolini. I due avvocati raccolsero testimonianze riversando sul tavolo del giudice una miriade di foto che comprovavano come quella di Pellegrini fosse una vera famiglia: vacanze insieme e rapporto assimilabile a quello coniugale. Per la compagna della vittima non è stato difficile ottenere il risarcimento. Per il figlio invece il rischio c’era. Perché mai nessun tribunale aveva accolto la richiesta di risarcimento di una persone che non aveva legami di sangue con il defunto che non era il padre biologico. Ma il rapporto che li legava era simile a quello genitore-figlio. Per 13 anni sotto lo stesso tetto. Insieme al calcio, a mangiare la pizza e a scuola in auto. Come e più di un padre. Da lì la sentenza del giudice che prende spunto da una pronuncia del 2016 della Cassazione.
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