Il Tirreno

Lucca

Rapine ed estorsioni Cinque in manette 

di Luca Tronchetti
Rapine ed estorsioni Cinque in manette 

Nel mirino una famiglia di Capannori minacciata dai banditi

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LUCCA. Due rapine commesse davanti ai figli minori nel giro di tre mesi e non denunciate subito ai carabinieri e due estorsioni, una riuscita e una tentata, avvenute mesi dopo che hanno convinto le vittime a rivolgersi ai carabinieri. C’è ancora molto da scoprire di una vicenda a tinte fosche che ha portato in carcere cinque persone - due italiani e tre cittadini originari della Repubblica Dominicana - con l’accusa di rapina aggravata ed estorsione. Unico punto di collegamento tra una delle vittime e uno degli arrestati la permanenza contemporanea per sei-sette mesi a Santo Domingo. E sul quel punto di contatto che si muovono i carabinieri per scoprire le origini della vicenda. Militari comunque abili a smascherare un gruppo di persone senza scrupoli che colpiva senza lasciare il segno terrorizzando una famiglia del Capannorese.

Gli arrestati. Sono cinque le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip Giuseppe Pezzuti su richiesta del sostituto procuratore Antonio Mariotti. In manette sono finiti Andrea Meucci, 47 anni, residente a Montopoli Valdarno, nullafacente, precedenti di polizia, rintracciato dai carabinieri in una seconda casa a Cerreto Guidi e attualmente detenuto nel carcere di Firenze. Per l’accusa è lui il mandante delle rapine e dell’estorsione. Con la mente dell’organizzazione, per l’accusa, agiva la consorte: Francesca Nervo, 46 anni, di Montopoli Valdarno, infermiera in una cooperativa, ora reclusa al Don Bosco di Pisa. Esecutori materiali delle rapine e delle estorsioni tre dominicani che lavorano in un cantiere edile a Savona: Teofilo Escanio Garcia, 43 anni, operaio; Josè Antonio Quezada Peguero, 31 anni, operaio, residente a Cairo Montenotte; Eugenio Montero Montero, 33 anni, operaio. Tutti detenuti in carcere a Savona.

I fatti. Da marzo all’autunno 2016. Hanno convissuto con la paura per quasi 8 mesi i due coniugi residenti da alcuni anni a Capannori: entrambi sui quarant’anni, lui muratore e lei estetista. Una coppia con figli minorenni che nella frazione capoluogo però non è molto conosciuta. Il muratore invece conosce Meucci durante un viaggio a Santo Domingo. È l’unico punto che lega la vittima al carnefice. Ma a marzo 2016 - quando in pieno giorno s’introducono nell’abitazione della coppia tre sudamericani a volto scoperto e armati di pistola - i coniugi non possono ricondurre quella rapina a Meucci e al Sudamerica. I banditi arrivano a bordo di un’Audi grigia, piombano in casa, schiaffeggiano marito e moglie e li minacciano con il revolver. Poi ripartono dopo essersi fatti consegnare 5mila euro. È l’inizio dell’incubo. Perché la scena si ripete a giugno dello stesso anno. Il muratore viene sorpreso fuori casa dai tre sudamericani. Che lo costringono a rientrare sotto la minaccia di una mazza e soprattutto di una bottiglia contenente liquido infiammabile. «Se non tiri fuori i soldi diamo fuoco alla casa» le parole pronunciate con accento spagnolo di fronte a moglie e figli. La coppia, in lacrime, cede. E consegna 6mila euro in contanti e alcuni monili in oro. «Adesso sarà finita» pensano marito e moglie. Ma si sbagliano. È solo l’inizio. Comincia l’attività estorsiva. I tre dominicani ricontattano telefonicamente la coppia e continuano con le minacce. Muratore e estetista la prima volta sono costretti a versare in più occasioni la somma di tremila euro attraverso il circuito Money-Gram direttamente a Santo Domingo.

Qualche mese dopo una nuova richiesta estorsiva: 5mila euro in contanti attraverso il medesimo circuito che non lascia traccia sull’identità del beneficiario. Stavolta però i soldi non ci sono e il timore di ritorsioni viene superato dalla decisione di non pagare più e rivolgersi ai carabinieri.

Le indagini. I carabinieri di Capannori appena ricevuta la denuncia avvertono i militari del nucleo investigativo del capitano Floris e del maggiore Anfuso. Attraverso indagini tecniche legate all’utilizzo dei cellulari e l’aggancio alle celle telefoniche pian piano i carabinieri dipanano la matassa. Partendo dall'identità dei tre banditi che lavorano a Savona gli inquirenti arrivano a capire che erano stati assoldati, previo compenso, da Meucci e dalla moglie, una coppia che conosceva le vittime per i trascorsi ancora tutti da chiarire.



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