La manifestazione
Il contadino, lo studente, il professore, il sindaco
di FLAVIA PICCINNI
Tambellini: «Mio padre mi ha insegnato onestà e dedizione. Vorrei rincontrarlo per riguardare i suoi occhi»
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L’Italia è un Paese faticoso. Mi dice questo Alessandro Tambellini mentre mi guida sicuro nelle stanze del sindaco: una lunga, e incantevole, e bellissima sequenza di stucchi e di ori, di broccati e di velluti. Ora indica un divano dal gambo un tempo rotto, ora uno specchio restaurato. «Bisogna prendersi cura delle cose – mormora –, a volte mi pare che non importi più a nessuno». Intorno resiste lo splendore umbratile e vaporoso di Palazzo Orsetti, nel quale Tambellini si muove con mesta attenzione. Gli domando quanto tempo abbia impiegato ad abituarsi a tutto questo e lui accenna un sorriso, con il lato sinistro delle labbra che si inarca un poco: «Sa come si dice a Lucca? Che l’avvezzo e il disvezzo durano tre giorni». Poi affretta il passo, si allenta la giacca del completo grigio, da cui intravedo una camicia azzurra a quadretti sottili; la cravatta è blu, con rombi poco più chiari.
Andiamo alla sua scrivania. «Sono abituato – continua – a non attaccarmi alle cose dell’esistenza, ai beni materiali. Posso camminare con la bici, con l’auto, a piedi: non ho difficoltà a cambiare. Non sono esigente. Mi contento di tutto. So vivere con pochissimo, ma so apprezzare anche ciò che di fastoso, a volte, la vita offre». Ed è in quel pochissimo che è contenuto il passato di Tambellini, professore di liceo laureato in filosofia a Pisa, fino a trent’anni contadino fra Sant’Alessio e Cerasomma. «Quei campi – ricorda – erano il mio giardino. Avevo parecchia terra, trattori, passavo le giornate nella natura. Piantare un seme, vedere la pianta... Questa era, ed è, una meraviglia. Quando rimasi solo, dovetti cambiare vita. Tutte le norme sulle stalle mutarono, avrei dovuto mettere impianti complessi e costosi. Finii di studiare. Non avevo mai smesso. Le estati della mia adolescenza le ho trascorse sempre nei campi, e anche quando ero all’Università studiavo e lavoravo. Lo studio mi è sempre piaciuto, ma lavorare la terra fa parte di me». Filosofia e terra. Pensiero e manualità. Parola e pittura.
In questi poli in perpetuo divenire pare racchiuso Tambellini. «Ancora oggi – prosegue – appena ho tempo imbianco, vernicio, faccio lavori di muratura. Ultimamente però ho abbandonato la pittura, mia grande passione, per impegni lavorativi. E dire che, quando ero ragazzo, i primi viaggi li ho fatti per vedere l’arte. Appena avevo tempo andavo a Firenze per rinchiudermi agli Uffizi, e poi alla Pinacoteca di Brera, a Napoli per ritrovare Caravaggio o a Vienna per scoprire Jan van Eyck». L’arte contemporanea per Tambellini è Giorgio Morandi, mentre la musica prende le armonie classiche. I libri si declinano secondo García Márquez con Cent’anni di solitudine, e poi Guy de Maupassant con Le Novelle, Thomas Mann e Oscar Wilde. Intorno la narrativa italiana, incoronata con Federico De Roberto e I Viceré, ma anche Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. «Potrei citargliene a memoria dei passi, lo sa?».
Mi dice degli allievi che ha avuto negli anni, in molti oggi lo sostengono, spiega di cosa è fatta quella soddisfazione che prende forma nelle aule scolastiche, dove il tempo passa respirando la gioventù, la bellezza di vedere qualcuno crescere, di dargli gli strumenti per farlo, e poi: «lo sguardo sul mondo, la pluralità delle opinioni, i cambiamenti reciproci. L’apprezzamento dei ragazzi è stato il mio più grande successo».
Prende forma l’autonarrazione di Tambellini, che vede i rapporti fra le persone al centro di tutto. «Se mi guardo indietro – riflette –, i passaggi cruciali della mia vita sono le tappe scolastiche, quando ho dovuto prendere in mano le sorti della mia famiglia perché mio padre fu investito e perse una gamba. E poi quando ho smesso di fare il contadino e ho insegnato a scuola, quando mi sono sposato a Todi con mia moglie trent’anni fa e quando abbiamo avuto tre figli. E poi la passione politica, l’attività amministrativa con Sistema Ambiente, il lavoro in Consiglio Comunale e desso il mio ruolo di Sindaco». Mi racconta della madre, morta a 95 anni: «Una bella donna, e di lavoro faceva la moglie di un contadino. Prima era stata sarta di rango, ma poi rinunciò al lavoro per amore. Mantenne sempre l’eleganza». E suo padre? Gli occhi si fanno liquidi, e un sorriso di sentimento gli distende il viso: «Mi ha insegnato l’onestà e la dedizione. Ed è l’unica persona che ho perso che vorrei rincontrare per dieci minuti. Non per fargli scoprire come sono adesso, ma proprio perché vorrei riguardare i suoi occhi un’ultima volta».
Andiamo alla sua scrivania. «Sono abituato – continua – a non attaccarmi alle cose dell’esistenza, ai beni materiali. Posso camminare con la bici, con l’auto, a piedi: non ho difficoltà a cambiare. Non sono esigente. Mi contento di tutto. So vivere con pochissimo, ma so apprezzare anche ciò che di fastoso, a volte, la vita offre». Ed è in quel pochissimo che è contenuto il passato di Tambellini, professore di liceo laureato in filosofia a Pisa, fino a trent’anni contadino fra Sant’Alessio e Cerasomma. «Quei campi – ricorda – erano il mio giardino. Avevo parecchia terra, trattori, passavo le giornate nella natura. Piantare un seme, vedere la pianta... Questa era, ed è, una meraviglia. Quando rimasi solo, dovetti cambiare vita. Tutte le norme sulle stalle mutarono, avrei dovuto mettere impianti complessi e costosi. Finii di studiare. Non avevo mai smesso. Le estati della mia adolescenza le ho trascorse sempre nei campi, e anche quando ero all’Università studiavo e lavoravo. Lo studio mi è sempre piaciuto, ma lavorare la terra fa parte di me». Filosofia e terra. Pensiero e manualità. Parola e pittura.
In questi poli in perpetuo divenire pare racchiuso Tambellini. «Ancora oggi – prosegue – appena ho tempo imbianco, vernicio, faccio lavori di muratura. Ultimamente però ho abbandonato la pittura, mia grande passione, per impegni lavorativi. E dire che, quando ero ragazzo, i primi viaggi li ho fatti per vedere l’arte. Appena avevo tempo andavo a Firenze per rinchiudermi agli Uffizi, e poi alla Pinacoteca di Brera, a Napoli per ritrovare Caravaggio o a Vienna per scoprire Jan van Eyck». L’arte contemporanea per Tambellini è Giorgio Morandi, mentre la musica prende le armonie classiche. I libri si declinano secondo García Márquez con Cent’anni di solitudine, e poi Guy de Maupassant con Le Novelle, Thomas Mann e Oscar Wilde. Intorno la narrativa italiana, incoronata con Federico De Roberto e I Viceré, ma anche Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. «Potrei citargliene a memoria dei passi, lo sa?».
Mi dice degli allievi che ha avuto negli anni, in molti oggi lo sostengono, spiega di cosa è fatta quella soddisfazione che prende forma nelle aule scolastiche, dove il tempo passa respirando la gioventù, la bellezza di vedere qualcuno crescere, di dargli gli strumenti per farlo, e poi: «lo sguardo sul mondo, la pluralità delle opinioni, i cambiamenti reciproci. L’apprezzamento dei ragazzi è stato il mio più grande successo».
Prende forma l’autonarrazione di Tambellini, che vede i rapporti fra le persone al centro di tutto. «Se mi guardo indietro – riflette –, i passaggi cruciali della mia vita sono le tappe scolastiche, quando ho dovuto prendere in mano le sorti della mia famiglia perché mio padre fu investito e perse una gamba. E poi quando ho smesso di fare il contadino e ho insegnato a scuola, quando mi sono sposato a Todi con mia moglie trent’anni fa e quando abbiamo avuto tre figli. E poi la passione politica, l’attività amministrativa con Sistema Ambiente, il lavoro in Consiglio Comunale e desso il mio ruolo di Sindaco». Mi racconta della madre, morta a 95 anni: «Una bella donna, e di lavoro faceva la moglie di un contadino. Prima era stata sarta di rango, ma poi rinunciò al lavoro per amore. Mantenne sempre l’eleganza». E suo padre? Gli occhi si fanno liquidi, e un sorriso di sentimento gli distende il viso: «Mi ha insegnato l’onestà e la dedizione. Ed è l’unica persona che ho perso che vorrei rincontrare per dieci minuti. Non per fargli scoprire come sono adesso, ma proprio perché vorrei riguardare i suoi occhi un’ultima volta».
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