La manifestazione
L’indisciplinato tra cattolicesimo e Pertini
di FLAVIA PICCINNI
Il liceo, l’università e l’ammirazione per il presidente. E la promessa alla compagna: «Ti sposerò»
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Ci sono quelli che per decifrare la realtà cercano soccorso nella musica, o nella poesia. E quelli che preferiscono l’arte. Ci sono poi quelli che amano il cinema, e Massimiliano Bindocci – capelli corti e scuri, occhi marroni, una passione per le polo e per i jeans – è uno di questi. «I film – mi spiega, con una voce che è sovraffollarsi di parole pronunciate in rapida sequenza, con brevissime pause per prendere fiato – sono il mio mantra. C’è il cinema di François Truffaut, come “L’ultimo metrò”, e poi le pellicole di azione e quelle di avventura. Ma anche Ken Loach, per quanto le ultime derive politicizzate mi piacciano meno. E poi c’è Paolo Virzì, perché ha sempre qualcosa da dire. E Michelangelo Antonioni. Lo ammetto: a Federico Fellini, di cui non capisco tutte le metafore, preferisco Antonioni e Mario Monicelli. Il Monicelli della goliardia e della risata, della critica sociale sottile che diventa arte sublime quando tocca la borghesia con i suoi vizi e le sue disperazioni. «Un titolo su tutti? Amici Miei».
Strano che un sindacalista, conosciuto per il suo pugno duro, si ritrovi nella pellicola di Monicelli in cui cinque fiorentini non fanno che organizzare scherzi a danno di insospettabili malcapitati. Qualcuno direbbe: è il cinema, bellezza. Ma anche la letteratura. «A volte penso di avere gusti molto scontati. Sul mio scaffale c’è J.D. Salinger con il suo “Il giovane Holden”, e Ignazio Silone, ma anche Marguerite Yourcenar e Marguerite Duras, Banana Yoshimoto e García Márquez». Quale Márquez? Bindocci non ci pensa un secondo: «Quello de “L’amore ai tempi del colera”». Sì, effettivamente non brilla per originalità. «C’era un periodo in cui leggevo sempre. Una volta a un colloquio di lavoro, avevo un romanzo sulle gambe. Uscì il candidato prima di me sconsolato e mi raccontò che non aveva avuto il posto perché cercavano persone meno qualificate, persone da tenere dentro un magazzino. Nascosi immediatamente il volume». Una risata si infila nella conversazione, e arriva il momento dei ricordi che mettono in fila la biografia: «Sono venuto a Lucca a tre anni. Sono nato a Livorno da una famiglia livornese. Vivevamo a Sesto Fiorentino. Per me Lucca è un mosaico: le gite del sabato pomeriggio e della domenica, le mura e il centro. Almeno fino al 1972, quando con la mia famiglia ci trasferimmo a Sant’Anna. Ho fatto l’asilo, le elementari, le medie e il liceo scientifico Antonio Vallisneri. Sono un ragazzo di via Giorgi».
Ed è proprio ai tempi del liceo che la passione per la politica prende forma. «Abitavo nella Lucca cattolica e avevo le radici nella Livorno comunista. Non fu difficile capire che la via giusta stava nel mezzo. Tutto andava tenuto insieme». Nasce così la frequentazione del Movimento Studentesco dell’Azione Cattolica. «Eravamo un gruppo di ragazzi che si impegnava nel sociale e che aveva in don Giuseppe Andreozzi la sua figura di riferimento. All’università ho frequentato giurisprudenza e poi, quando mi mancavano due esami di procedura, non ho completato. Gli eventi mi hanno costretto ad andare a lavorare. Ho cominciato come operaio in cartiera, ho fatto il rappresentante sindacale, la Cgil mi ha chiesto di entrare nelle sue fila, ma io sono sempre stato autonomo e indisciplinato». Bindocci si ferma. «Occupai anche la Cgil di Viareggio. Te lo ricordi? Fu un piccolo scandalo. Da lì è stata tutta una discesa, e poi l’amore un anno e mezzo fa si è rotto definitivamente. Quando ho scelto di lasciare, sono stato per qualche tempo nella Uil senza ruoli sindacali, solo per dare un mano, e poi eccomi qui».
Qui dove sognava di essere fin da bambino, quando leggeva la storia di Alexandros Panagulis e di Sandro Pertini. «Ero piccolo quando cadde il centenario dell’Accademia di Livorno. Venne Pertini, e mio nonno che lavorava lì mi portò con sé. Era un evento. Quando Pertini parlò della giustizia sociale e della libertà, mi illuminai». Sullo sfondo restano nella formazione politica e personale i compagni di sindacato, gli insegnanti, gli amici dell’università, i colleghi. «Sempre le persone, mai altro» ammette, e poi racconta della compagna Antonietta, che lavora in un bar part-time, e con la quale ha creato una famiglia allargata. «Ognuno di noi ha un figlio da un precedente rapporto, e insieme abbiamo avuto un anno e mezzo fa Rebecca. Quando le ho detto che mi candidavo, aveva dei dubbi per tutto il tempo che sarei stato lontano. E allora le ho fatto una sorpresa: mi candido, però poi ci sposiamo».
Strano che un sindacalista, conosciuto per il suo pugno duro, si ritrovi nella pellicola di Monicelli in cui cinque fiorentini non fanno che organizzare scherzi a danno di insospettabili malcapitati. Qualcuno direbbe: è il cinema, bellezza. Ma anche la letteratura. «A volte penso di avere gusti molto scontati. Sul mio scaffale c’è J.D. Salinger con il suo “Il giovane Holden”, e Ignazio Silone, ma anche Marguerite Yourcenar e Marguerite Duras, Banana Yoshimoto e García Márquez». Quale Márquez? Bindocci non ci pensa un secondo: «Quello de “L’amore ai tempi del colera”». Sì, effettivamente non brilla per originalità. «C’era un periodo in cui leggevo sempre. Una volta a un colloquio di lavoro, avevo un romanzo sulle gambe. Uscì il candidato prima di me sconsolato e mi raccontò che non aveva avuto il posto perché cercavano persone meno qualificate, persone da tenere dentro un magazzino. Nascosi immediatamente il volume». Una risata si infila nella conversazione, e arriva il momento dei ricordi che mettono in fila la biografia: «Sono venuto a Lucca a tre anni. Sono nato a Livorno da una famiglia livornese. Vivevamo a Sesto Fiorentino. Per me Lucca è un mosaico: le gite del sabato pomeriggio e della domenica, le mura e il centro. Almeno fino al 1972, quando con la mia famiglia ci trasferimmo a Sant’Anna. Ho fatto l’asilo, le elementari, le medie e il liceo scientifico Antonio Vallisneri. Sono un ragazzo di via Giorgi».
Ed è proprio ai tempi del liceo che la passione per la politica prende forma. «Abitavo nella Lucca cattolica e avevo le radici nella Livorno comunista. Non fu difficile capire che la via giusta stava nel mezzo. Tutto andava tenuto insieme». Nasce così la frequentazione del Movimento Studentesco dell’Azione Cattolica. «Eravamo un gruppo di ragazzi che si impegnava nel sociale e che aveva in don Giuseppe Andreozzi la sua figura di riferimento. All’università ho frequentato giurisprudenza e poi, quando mi mancavano due esami di procedura, non ho completato. Gli eventi mi hanno costretto ad andare a lavorare. Ho cominciato come operaio in cartiera, ho fatto il rappresentante sindacale, la Cgil mi ha chiesto di entrare nelle sue fila, ma io sono sempre stato autonomo e indisciplinato». Bindocci si ferma. «Occupai anche la Cgil di Viareggio. Te lo ricordi? Fu un piccolo scandalo. Da lì è stata tutta una discesa, e poi l’amore un anno e mezzo fa si è rotto definitivamente. Quando ho scelto di lasciare, sono stato per qualche tempo nella Uil senza ruoli sindacali, solo per dare un mano, e poi eccomi qui».
Qui dove sognava di essere fin da bambino, quando leggeva la storia di Alexandros Panagulis e di Sandro Pertini. «Ero piccolo quando cadde il centenario dell’Accademia di Livorno. Venne Pertini, e mio nonno che lavorava lì mi portò con sé. Era un evento. Quando Pertini parlò della giustizia sociale e della libertà, mi illuminai». Sullo sfondo restano nella formazione politica e personale i compagni di sindacato, gli insegnanti, gli amici dell’università, i colleghi. «Sempre le persone, mai altro» ammette, e poi racconta della compagna Antonietta, che lavora in un bar part-time, e con la quale ha creato una famiglia allargata. «Ognuno di noi ha un figlio da un precedente rapporto, e insieme abbiamo avuto un anno e mezzo fa Rebecca. Quando le ho detto che mi candidavo, aveva dei dubbi per tutto il tempo che sarei stato lontano. E allora le ho fatto una sorpresa: mi candido, però poi ci sposiamo».
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