Sicurezza
Il leader appassionato di Orwell e Fincher
di FLAVIA PICCINNI
Dai tempi dell’istituto, bastian contrario. «Il mio film preferito è Fight Club, c’è sfida e realtà»
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In tutte le assemblee di istituto, c’è sempre una mano che si alza: la mano del bastian contrario. Quello solitamente a cui non sta bene niente, che fa della contestazione uno stile di vita e di sopravvivenza. «E io lo ammetto – sorride Fabio Barsanti – ero un giovane contestatore. Frequentavo l’istituto tecnico “Lorenzo Nottolini” anche se non volevo diventare geometra, ma fra le scuole era quella che mi piaceva di più, ero vivace, partecipavo. Non sopportavo gli “yes man”, mi esponevo. Ho sempre detestato chi non protesta, ma si lamenta. Chi al momento dei fatti si tira indietro al suon di: tengo famiglia. Provavo invece una certa fascinazione per tutto quello che appariva fuori dagli schemi, ero contro il pensiero unico e contro lo status quo. Da ragazzo devi esserlo. Bisognerebbe essere incendiari per tutta la vita e mai pompieri. E io mi sono sempre sentito incendiario, perché faccio politica contro il pensiero unico e massificante».
La scelta di vita di questo 36enne dagli occhi verdi, capelli corti, barbetta, baffi, camicia a righe e pantaloni beige, quattro tatuaggi, scarpe da ginnastica e l’aria sicura, deviata a tratti da qualche piccola e insperata incertezza sempre molto controllata, che si declina adesso con un sorriso nervoso, ora con le braccia conserte, dunque con dei veloci cenni di dita a salutare le persone che gli sono intorno. Incertezze che fratturano modestamente quel mondo che Barsanti sintetizza ed è armatura, nel quale l’appartenenza al gruppo è tutto, ed è tutto incarnare perfettamente ciò che viene richiesto e che si sublima in una sola parola: dedizione. «CasaPound – spiega – non è per me solo un partito dentro cui muoversi, ma una seconda famiglia. Per CasaPound ho sacrificato buona parte degli studi, e della carriera. Non è facile conciliare la vita privata, anche se una fidanzata ce l’ho, e convivere con quello che gli altri pensano di te». Pare una sorta di missione, che annulla tutto il resto. E diventa allora difficile trovare quel sottile confine che divide la persona dal personaggio; forse è una ricerca a vuoto, forse in questo caso il confine non c’è. «Mi sento un militante – continua Barsanti –. Ma io campo di lavoro, non di politica. La politica però è la parte principale delle mie giornate. CasaPound ti costringe a una grossa responsabilità, quella essere ogni giorno un esempio. La mattina mi alzo e dico: devo essere un esempio». E come si diventa leader? «Il leader emerge naturalmente. Sono emerso con l’esserci sempre stato, la dedizione naturalmente, per carattere, per capacità caratteriali, per formazione. Non mi sono mai fermato da quando ho diciassette anni».
Anche davanti ai cazzotti? «Penso che sia anormale un uomo che non ha fatto a cazzotti. Quando una cosa la ritengo giusta, che sia politica o personale, non mi faccio mettere i piedi in testa. Per politica è successo poche volte, e quando ci hanno attaccato mi sono difeso». Oltre gli slogan – che pronuncia malvolentieri, quasi a dimostrare che non sono solo parole vuote, ma galleggiano di contenuti – Barsanti mi racconta dei tempi della scuola («il professore di italiano mi fece leggere 1984 di George Orwell e fu una rivelazione»), della sua passione per Ezra Pound e di Charles Bokowski. «Leggo poco i libri attuali – spiega – perché li trovo meno interessanti. Meglio allora la storia di Lucca, ogni volta trovo qualcosa di diverso, scopro dettagli che non sapevo. Al cinema vado abbastanza di rado, ma ci sono film, come Fight Club di David Fincher che sono state vere e proprie rivelazioni. Andai a vederlo con degli amici, loro notarono i cazzotti e io trovai qualcosa di diverso: vidi la sfida, la realtà, il tempo». Ha studiato a Pisa giurisprudenza, si è laureato nel 2006 e dunque ha cominciato a peregrinare da un lavoro all’altro: falegname, vigilante, commesso. «Guarda le mani – insiste – sono mani con i calli, di chi ha lavorato». Adesso fa l’agente di commercio per una ditta di fiori artificiali. «Lucca è la mia terra. Mia madre è di Pelleria, lavora in una cooperativa di servizi, e mio padre fa l’agente di commercio. Mio fratello Andrea fa il giocatore di pallacanestro, nella GeVi Cuore Napoli Basket. Anche io fino a vent’anni ho giocato, poi ho smesso. Sono cresciuto a Maggiano. E poi San Vito, Arancio, San Concordio, centro storico». Per cosa darebbe la vita. «Per mio fratello, per la politica, per CasaPound, per l’Italia». E si accende un sigaro. In questo sta tutto il personaggio. E forse, in controluce, anche la persona.
La scelta di vita di questo 36enne dagli occhi verdi, capelli corti, barbetta, baffi, camicia a righe e pantaloni beige, quattro tatuaggi, scarpe da ginnastica e l’aria sicura, deviata a tratti da qualche piccola e insperata incertezza sempre molto controllata, che si declina adesso con un sorriso nervoso, ora con le braccia conserte, dunque con dei veloci cenni di dita a salutare le persone che gli sono intorno. Incertezze che fratturano modestamente quel mondo che Barsanti sintetizza ed è armatura, nel quale l’appartenenza al gruppo è tutto, ed è tutto incarnare perfettamente ciò che viene richiesto e che si sublima in una sola parola: dedizione. «CasaPound – spiega – non è per me solo un partito dentro cui muoversi, ma una seconda famiglia. Per CasaPound ho sacrificato buona parte degli studi, e della carriera. Non è facile conciliare la vita privata, anche se una fidanzata ce l’ho, e convivere con quello che gli altri pensano di te». Pare una sorta di missione, che annulla tutto il resto. E diventa allora difficile trovare quel sottile confine che divide la persona dal personaggio; forse è una ricerca a vuoto, forse in questo caso il confine non c’è. «Mi sento un militante – continua Barsanti –. Ma io campo di lavoro, non di politica. La politica però è la parte principale delle mie giornate. CasaPound ti costringe a una grossa responsabilità, quella essere ogni giorno un esempio. La mattina mi alzo e dico: devo essere un esempio». E come si diventa leader? «Il leader emerge naturalmente. Sono emerso con l’esserci sempre stato, la dedizione naturalmente, per carattere, per capacità caratteriali, per formazione. Non mi sono mai fermato da quando ho diciassette anni».
Anche davanti ai cazzotti? «Penso che sia anormale un uomo che non ha fatto a cazzotti. Quando una cosa la ritengo giusta, che sia politica o personale, non mi faccio mettere i piedi in testa. Per politica è successo poche volte, e quando ci hanno attaccato mi sono difeso». Oltre gli slogan – che pronuncia malvolentieri, quasi a dimostrare che non sono solo parole vuote, ma galleggiano di contenuti – Barsanti mi racconta dei tempi della scuola («il professore di italiano mi fece leggere 1984 di George Orwell e fu una rivelazione»), della sua passione per Ezra Pound e di Charles Bokowski. «Leggo poco i libri attuali – spiega – perché li trovo meno interessanti. Meglio allora la storia di Lucca, ogni volta trovo qualcosa di diverso, scopro dettagli che non sapevo. Al cinema vado abbastanza di rado, ma ci sono film, come Fight Club di David Fincher che sono state vere e proprie rivelazioni. Andai a vederlo con degli amici, loro notarono i cazzotti e io trovai qualcosa di diverso: vidi la sfida, la realtà, il tempo». Ha studiato a Pisa giurisprudenza, si è laureato nel 2006 e dunque ha cominciato a peregrinare da un lavoro all’altro: falegname, vigilante, commesso. «Guarda le mani – insiste – sono mani con i calli, di chi ha lavorato». Adesso fa l’agente di commercio per una ditta di fiori artificiali. «Lucca è la mia terra. Mia madre è di Pelleria, lavora in una cooperativa di servizi, e mio padre fa l’agente di commercio. Mio fratello Andrea fa il giocatore di pallacanestro, nella GeVi Cuore Napoli Basket. Anche io fino a vent’anni ho giocato, poi ho smesso. Sono cresciuto a Maggiano. E poi San Vito, Arancio, San Concordio, centro storico». Per cosa darebbe la vita. «Per mio fratello, per la politica, per CasaPound, per l’Italia». E si accende un sigaro. In questo sta tutto il personaggio. E forse, in controluce, anche la persona.
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