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Minacce a Raffaelli, due assolti 

Minacce a Raffaelli, due assolti 

Sbaraglia e Pizzo erano accusati di usura ai danni dell’imprenditore

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CAMPORGIANO. Processo per usura, assolti i due imputati accusati di aver chiesto soldi a strozzo all’imprenditore Pietro Raffaelli. Martedì mattina al tribunale di Lucca il collegio giudicante presieduto dal giudice Stefano Billet ha assolto Giovanni Sbaraglia, 54enne romano e Giovanni Pizzo, 68enne salernitano residente a Ciampino, in provincia di Roma, dalle accuse loro rivolte da Raffaelli, noto e chiacchieratissimo imprenditore (nonché ex presidente del Viareggio calcio) nato e residente a Camporgiano. «Il fatto non sussiste», questo ha stabilito il giudice al termine dell’udienza.
La vicenda si snoda fra la fine del 2012 e il 2013. Il primo novembre di cinque anni fa Raffaelli, che si trovava in difficoltà finanziarie, si accorda a casa di Pizzo per ricevere un prestito di 45.000 euro da Sbaraglia. A fronte di questo prestito vengono rilasciati da Raffaelli 13 assegni per un valore complessivo di 67.000 euro. Ma, stando a quello che all’epoca sosteneva Raffaelli, i presunti usurai non si accontentano. Vogliono guadagnare di più, chiedono che il prestito sia rinegoziato. E arrivano a raddoppiare il capitale, a prevedere di incassare 90.000 euro con scadenze comprese fra il 15 dicembre 2012 e il 31 maggio dell’anno successivo. Raffaelli non riesce a pagare gli interessi usurari richiesti dai due e allora cominciano le minacce.
Un quadro accusatorio che però non ha retto all’esame dell’aula. Il collegio giudicante ha ritenuto infondate le accuse e ha assolto con formula piena i due imputati. Non è la prima volta che le strade di Raffaelli si incrociano con le aule di giustizia. L’ex presidente del Viareggio (entrò in carica nel 1988 a fianco di Giorgio Mendella), già condannato in via definitiva per associazione a delinquere di stampo mafioso, contrabbando di sigarette e riciclaggio, a fine 2013 è incappato in un’altra inchiesta che ha portato a un maxisequestro per circa 18 milioni di euro: secondo la procura, infatti, avrebbe eluso le norme antimafia continuando a esercitare l’attività di imprenditore attraverso prestanome. Tra i beni sequestrati anche l’agriturismo di Borgo Biaia, dove venivano ospitati i richiedenti asilo.

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