La manifestazione
Bml, uno spiraglio verso l’autonomia
Landucci (Fondazione): «Carige non dovrebbe incorporare se uno dei soci di minoranza esprime contrarietà»
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LUCCA. Lucca, almeno per il momento, non dovrebbe perdere l’ultimo “suo” istituto di credito. La Banca del Monte, infatti, sembra destinata a rimanere autonoma, senza essere incorporata all’interno della controllante Carige. Lo ha spiegato il presidente della Fondazione Banca del Monte, Oriano Landucci, in occasione del “compleanno” della stessa fondazione entrata in attività il 1° giugno del 1992. Landucci ha riportato i colloqui avuto con i vertici di Carige, che detiene il 60% di Bml e ha anche spiegato di essere ottimista per l'unità di intenti con la Fondazione Cassa di Risparmio, che ha in cassaforte il 20%, stessa quota della Fondazione Bml.
Un ragionamento a tutto capo quello di Landucci, che guida la fondazione di piazza San Martino dal giugno scorso. Che parte dal 1489, quando nacque il monte dei pegni di Lucca. Poi diventato, nei secoli, Banca del Monte e con la riforma Amato-Carli trasformato in società per azioni, interamente controllata (all’inizio) dalla Fondazione Banca del Monte, entrata in funzione giusto un quarto di secolo fa.
«In questi anni - commenta Landucci - abbiamo ottenuto importanti risultati. Innanzitutto il patrimonio, che è passato dai 18,7 milioni del 1992 agli attuali 64». Ma quello di cui va più orgogliosa la Fondazione è il livello delle erogazioni rapportato al patrimonio. «Noi - ricorda il presidente - siamo considerate fra le fondazioni medio-piccole. E a un territorio una fondazione dà secondo le sue possibilità. Noi non facciamo progetti faraonici, ma sosteniamo - e anche bene - il volontariato, compreso quello culturale».
Qualche numero per tratteggiare meglio il quadro. Negli ultimi 10 anni la Fondazione ha deliberato erogazioni per un totale di oltre 26 milioni di euro che rispetto al suo patrimonio medio corrisponde a una percentuale annua del 3,334%, superiore alle medie delle 88 fondazioni di origine bancaria. Questo dimostra, secondo Landucci, che le fondazioni piccole possono operare meglio per il territorio rispetto a quelle grandi. Ed è il motivo per cui il presidente si dice contrario ai ventilati accorpamenti: «Lo stesso patrimonio, se gestito da una fondazione grande o medio grande non avrebbe consentito di raggiungere certi risultati e di distribuire tante risorse sul territorio».
Alla base delle erogazioni gli “introiti” derivanti dagli investimenti finanziari: «Li teniamo tutti sotto controllo in tempo reale», spiega con orgoglio Landucci. Certo, gli ultimi anni sono stati difficili. Un po’ per fattori esterni (la crisi, la deflazione), che ha reso poco remunerativi molti strumenti. Ma soprattutto c’è la questione della Banca del Monte. «Per anni ha dato ottimi, veramente ottimi dividendi- ammette Landucci - Ma dal 2014 non abbiamo più visto un soldo». I bilanci della banca, infatti, hanno cominciato ad accumulare chiusure in “rosso” una dopo l’altra e così gli azionisti sono rimasti a bocca asciutta. «Per noi - dice però Landucci - rimane lo strumento migliore per svolgere la nostra missione: è una banca locale, che dà sostegno a a progetti come microcredito e artigianato. E la riteniamo sana. Perché le sue perdite derivano dagli accantonamenti per le sofferenze: ora le copriamo al 63%, percentuale molto alta. Se alla fine verranno vendute (e io sono contrario) al 30% del loro valore, rimarrà solo un 7% da coprire. E se questo ultimo sforzo viene fatto nel 2017, dal prossimo anno potremo rifare utili». Per far questo, però, è necessario secondo Landucci che Carige conceda autonomia giuridica e gestione propria. Per consentire di fare le scelte strategiche più adatte al territorio e più “amichevoli” nei confronti dei clienti. Che chiedono di avere risposte in tempi brevi, e non di dover aspettare il via libera di qualche ufficio che si trova a Genova.
«Negli ultimi due anni, parlando con l’attuale governance di Carige - spiega Landucci - abbiamo all’inizio appreso che volevano incorporarci, senza dirci quando e come. Il nostro rifiuto di fronte a questa ipotesi è sempre stato secco». Poi qualcosa è cambiato. E, prosegue il presidente, l’ultima posizione dell’amministratore delegato Guido Bastianini sulla questione è stato di questo tenore: «A noi piacerebbe fare l’incorporazione, ma se c’è anche uno solo dei soci minoritari contrari non la faremo». Parole che certo fanno tirare un sospiro di sollievo, ma alle quali Landucci spiega di aver replicato chiedendo non solo l’autonomia giuridica ma anche quella, già citata, sulla gestione.
La partita, però, è a tre e non a due. Perché c’è anche la Fondazione Cassa di Risparmio. E l’unisono fra le due realtà lucchesi è essenziale, perché se una si sfilasse lo statuto prevederebbe la possibilità di fare operazioni straordinarie, come la fusione. «All’inizio c’era una loro disponibilità a cedere la partecipazione - riconosce Landucci -. Ora posso dire di aver parlato con Marcello Bertocchini, che conosco e stimo da una vita. E ho l’impressione che ci troviamo nello stesso solco in maniera naturale, senza compromessi».
Luca Cinotti
Un ragionamento a tutto capo quello di Landucci, che guida la fondazione di piazza San Martino dal giugno scorso. Che parte dal 1489, quando nacque il monte dei pegni di Lucca. Poi diventato, nei secoli, Banca del Monte e con la riforma Amato-Carli trasformato in società per azioni, interamente controllata (all’inizio) dalla Fondazione Banca del Monte, entrata in funzione giusto un quarto di secolo fa.
«In questi anni - commenta Landucci - abbiamo ottenuto importanti risultati. Innanzitutto il patrimonio, che è passato dai 18,7 milioni del 1992 agli attuali 64». Ma quello di cui va più orgogliosa la Fondazione è il livello delle erogazioni rapportato al patrimonio. «Noi - ricorda il presidente - siamo considerate fra le fondazioni medio-piccole. E a un territorio una fondazione dà secondo le sue possibilità. Noi non facciamo progetti faraonici, ma sosteniamo - e anche bene - il volontariato, compreso quello culturale».
Qualche numero per tratteggiare meglio il quadro. Negli ultimi 10 anni la Fondazione ha deliberato erogazioni per un totale di oltre 26 milioni di euro che rispetto al suo patrimonio medio corrisponde a una percentuale annua del 3,334%, superiore alle medie delle 88 fondazioni di origine bancaria. Questo dimostra, secondo Landucci, che le fondazioni piccole possono operare meglio per il territorio rispetto a quelle grandi. Ed è il motivo per cui il presidente si dice contrario ai ventilati accorpamenti: «Lo stesso patrimonio, se gestito da una fondazione grande o medio grande non avrebbe consentito di raggiungere certi risultati e di distribuire tante risorse sul territorio».
Alla base delle erogazioni gli “introiti” derivanti dagli investimenti finanziari: «Li teniamo tutti sotto controllo in tempo reale», spiega con orgoglio Landucci. Certo, gli ultimi anni sono stati difficili. Un po’ per fattori esterni (la crisi, la deflazione), che ha reso poco remunerativi molti strumenti. Ma soprattutto c’è la questione della Banca del Monte. «Per anni ha dato ottimi, veramente ottimi dividendi- ammette Landucci - Ma dal 2014 non abbiamo più visto un soldo». I bilanci della banca, infatti, hanno cominciato ad accumulare chiusure in “rosso” una dopo l’altra e così gli azionisti sono rimasti a bocca asciutta. «Per noi - dice però Landucci - rimane lo strumento migliore per svolgere la nostra missione: è una banca locale, che dà sostegno a a progetti come microcredito e artigianato. E la riteniamo sana. Perché le sue perdite derivano dagli accantonamenti per le sofferenze: ora le copriamo al 63%, percentuale molto alta. Se alla fine verranno vendute (e io sono contrario) al 30% del loro valore, rimarrà solo un 7% da coprire. E se questo ultimo sforzo viene fatto nel 2017, dal prossimo anno potremo rifare utili». Per far questo, però, è necessario secondo Landucci che Carige conceda autonomia giuridica e gestione propria. Per consentire di fare le scelte strategiche più adatte al territorio e più “amichevoli” nei confronti dei clienti. Che chiedono di avere risposte in tempi brevi, e non di dover aspettare il via libera di qualche ufficio che si trova a Genova.
«Negli ultimi due anni, parlando con l’attuale governance di Carige - spiega Landucci - abbiamo all’inizio appreso che volevano incorporarci, senza dirci quando e come. Il nostro rifiuto di fronte a questa ipotesi è sempre stato secco». Poi qualcosa è cambiato. E, prosegue il presidente, l’ultima posizione dell’amministratore delegato Guido Bastianini sulla questione è stato di questo tenore: «A noi piacerebbe fare l’incorporazione, ma se c’è anche uno solo dei soci minoritari contrari non la faremo». Parole che certo fanno tirare un sospiro di sollievo, ma alle quali Landucci spiega di aver replicato chiedendo non solo l’autonomia giuridica ma anche quella, già citata, sulla gestione.
La partita, però, è a tre e non a due. Perché c’è anche la Fondazione Cassa di Risparmio. E l’unisono fra le due realtà lucchesi è essenziale, perché se una si sfilasse lo statuto prevederebbe la possibilità di fare operazioni straordinarie, come la fusione. «All’inizio c’era una loro disponibilità a cedere la partecipazione - riconosce Landucci -. Ora posso dire di aver parlato con Marcello Bertocchini, che conosco e stimo da una vita. E ho l’impressione che ci troviamo nello stesso solco in maniera naturale, senza compromessi».
Luca Cinotti
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