Il Tirreno

Lucca

Crolla il credito: un miliardo in meno  

di Gianni Parrini
Crolla il credito: un miliardo in meno  

In cinque anni gli impieghi delle banche sono diminuiti del 16%. Imprese con l’acqua alla gola. La colpa è delle regole

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LUCCA. Quasi un miliardo di euro in meno di finanziamenti bancari. È questa la cifra venuta a mancare a imprese e famiglie della provincia di Lucca nell’arco di cinque anni. Gli istituti di credito hanno chiuso i rubinetti: colpa delle rigide regole imposte dalla politica creditizia della Bce. Al contempo, però, hanno aumentato la loro liquidità: nello stesso lustro (2012-2016) i depositi bancari (in gran parte determinati dai conti correnti dei risparmiatori) sono aumentati di 427 milioni di euro. Banca più ricche e avare, verrebbe da pensare ma la questione è un po’ più complessa.
Gli impieghi bancari (dai mutui al credito al consumo) sono diminuiti del 16% in un lustro. In pratica gira molto meno denaro sia tra le famiglie (dai mutui per la casa, alla vacanza) sia per le imprese che hanno smesso di investire sul loro futuro. I primi a risentirne sono le aziende ma anche le banche non se la passano bene. Contrariamente a quanto si pensa gli istituti di credito sono tra i soggetti più penalizzati dal cosiddetto “credit crunch”: i rendimenti degli impieghi sono una delle loro principali fonte di reddito.
Questione di rating. In seguito alla novità introdotte nel 2004 con i famigerati “Accordi sui requisiti minimi di capitale” (i vari Basilea 2 e 3) nel nuovo millennio le banche hanno ridotto di molto i loro margini. Il motivo è semplice. Per evitare che prestassero soldi a soggetti scarsamente solvibili mettendo a rischio la loro stessa esistenza, il sistema bancario ha fatto una scelta prudenziale: il credito viene erogato solo a chi (imprese o famiglie poco importa) rispetta determinati requisiti. È la fine dell’epoca della discrezionalità, quella in cui ci si presentava in banca per ottenere un prestito forti di un rapporto personale col direttore e in cui le imprese potevano concordare i cosiddetti “buoni fido”, ovvero sconfinamenti temporanei per consentire pagamenti urgenti. L’arbitrarietà di quel mondo è stata sostituta dall’oggettività dei modelli di rating: griglie di valutazione che assegnano un punteggio di “rischiosità” a chi chiede un finanziamento, basandosi su bilanci, requisiti patrimoniali, portafoglio clienti e altro ancora. Una griglia dalle maglie troppo strette, soprattutto per un tessuto economico e produttivo come quello italiano fatto in prevalenza di piccole e medie imprese (in provincia di Lucca il 90% ha meno di 10 assunti) e per di più sottocapitalizzate.
Il cuscinetto. A questi parametri già molto stretti, si aggiungono regole che impongono alle banche di accantonare una percentuale della propria liquidità in proporzione al deteriorarsi del credito. Cosa che avviene sistematicamente: basta che un’impresa o una famiglia salti tre rate del mutuo perché quel credito sia considerato a rischio. Facciamo un esempio: chiedo un prestito alla banca di 100mila euro da restituire in 5 anni. Ogni anno pago 20mila euro, ma alla fine del secondo anno ho difficoltà e salto tre rate. A quel punto la banca è costretta dalle normative ad accantonare annualmente una cifra attorno al 15% (la percentuale varia a seconda del tipo di finanziamento e della gravità del ritardo) dei circa 60mila euro che devo ancora restituire.
Porte chiuse per le imprese. «In questo quadro – spiega Stephano Tesi – le uniche imprese che hanno accesso al credito sono quelle che non hanno bisogno delle banche. C’è un’eccessiva rigidità soprattutto quando si parla di piccole imprese che non possono avere da parte il capitale chiesto dagli istituti. In questi anni gli imprenditori hanno surrogato a questa chiusura facendo affidamento sulle risorse personali o impegnando i propri beni. Ma ora che il mercato immobiliare è fermo e il mattone si è svalutato non hanno più garanzie da offrire. Non c’è via d’uscita. Ma se da un lato noi abbiamo bisogno delle banche, dall’altro anche loro non possono fare a meno di noi. Siamo partner naturali. Purtroppo ci fanno difficoltà anche a concedere il pagamento anticipato delle fatture, i salvo buon fine o le Riba: strumenti indispensabili per le piccole aziende che attendono di essere pagate dai clienti».

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