Lutto
Una vita in bilico fra Pirandello e la psicosintesi
di FLAVIA PICCINNI
Maria Erica Pacileo è autrice e regista che racconta gli strati più profondi dell’uomo
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Questa è una storia che inizia nella provincia della provincia. È una storia che inizia fra le colline e le fabbriche che stanno nella campagna intorno a Lucca, e s’aggrappa intorno a Montecarlo. Questa è la storia di una donna nata «a Lucca fora - come scherza, sistemandosi i capelli scarmigliati e scuri, qui e lì una sfumatura più chiara, l’espressione buona delle mamme, le rughe leggere di una 46enne che ha affrontato con il sorriso la vita - ma in una famiglia di toscocalabresi, perché mio padre era calabrese».
Questa è la storia di Maria Erica Pacileo, autrice e regista, una vita che per adesso si è fermata ad Arezzo e che è in perenne giro per l’Italia per promuovere il suo ultimo lavoro, realizzato con il compagno Fernando Maraghini e dedicato allo psichiatra e teosofo Roberto Assagioli, noto per essere il fondatore della psicosintesi.
«Come usava dire Assagioli - mi racconta, sistemandosi gli occhiali dalla montatura scura, dietro cui si intravedono due grandi e gentili occhi nocciola - le cose non nascono a caso. Tutti gli incontri che facciamo nelle nostra vita prima o poi ritornano, o ci danno un aiuto nel percorso della nostra esistenza terrena. Ho incontrato Roberto Assagioli, o ancora meglio il suo metodo, circa vent’anni fa, durante un periodo difficile della mia vita in cui avevo bisogno di mettere ordine. Mi sono approcciata provandone i benefici su me stessa, e la realizzazione del docufilm è stata una scelta dettata dal desiderio di raccontare la sua opera. Maria Vittoria Randazzo, magistrato a Palermo e presidente dell'Istituto di psicosintesi di Firenze, nella sua intervista dice “noi non siamo fatti solo di materia, ma anche di anima e spesse volte è la dicotomia tra questi due elementi a creare disarmonia nelle persone. Il processo è difficile e deve essere costante. Non penso di aver raggiunto l'armonia, ma circondarsi di parole e pensieri che la evocano continuamente è un gran bel viaggio che consiglio a molti”».
Sempre un viaggio è quello del documentario, che non si focalizza esclusivamente sull’opera e sulla vita di Assagioli, ma racconta molto di questa regista che ha iniziato dal teatro, e che da bambina aveva formato, con fratelli e cugini, una compagnia casalinga. «La mia formazione - spiega - è stata alquanto strana, soprattutto negli anni dopo il liceo. Oltre a quella del teatro, avevo un’altra passione: l’arredamento. Mi iscrissi ad architettura a Firenze, ma non faceva per me e presto decisi di concentrarmi sul teatro. Ho capito che quella era la mia strada da autodidatta, un po’ frequentando corsi, di cui l'ultimo di regia cinematografica a Bologna, un po’ facendo tanti errori. Ma non mi pento perché tutto mi è servito. Ma ho ancora molto da imparare. E poi ne sono convinta: l’uomo può e deve costruire se stesso con costanza e continuità».
Quello con il cinema e i documentari non è stato un colpo di fulmine, anzi. «Da ragazza andavo al cinema la domenica. Quando vidi ET rimasi incollata alla poltrona. Appena le luci si accesero, notai che tutta la mia famiglia piangeva, e capii la forza del cinema di attrarti nelle storie. Ho imparato a rubare attraverso l'osservazione. Guardo un film e mi ispiro, guardo un’azione quotidiana che mi incuriosisce e ne prendo nota, mi faccio suggestionare da un'immagine. Cerco di essere ricettiva e di mettermi in sintonia. L’ascolto è un tema molto caro alla psicosintesi, importante anche per le relazioni umane e non. Lars Von Trier, in cui il teatro si mischia molto al linguaggio cinematografico, è stato una sorta di faro che ha fatto sbocciare la mia passione per le storie delle persone».
Storie come quella raccontata una manciata di anni fa da Sexy Shop, una sorta di commedia in cui si parla del fallimento di una generazione di 50enni. «Si è trattato - continua Pacileo - di un vero e proprio esperimento. Io e Fernando volevamo raccontare, attraverso un escamotage divertente, un mondo di uomini e di donne che non sono riusciti a coltivare i loro aneliti artistici, non sono riusciti a farne un mestiere a causa della vita che richiede concretezza, ma ne sono rimasti ai margini, quasi schiacciati dai sensi di colpa, da una parte nei confronti delle loro aspettative, dall'altra nei confronti di una società consumistica. C’era un tempo in cui ero assillata dal dover dare una giustificazione al concetto di bello. Credevo di dover spiegare perchè una cosa è bella, e avevo difficoltà in questo. Poi l’incontro con una psicoterapeuta, Carla Fami, mi fece cambiare prospettiva: non c’era bisogno di giustificare il bello, bastava sentirlo. Avevo poco più di vent’anni e questa osservazione mi rassicurò, e mi cambiò per sempre».
Nelle prossime settimane Pacileo sarà, per seguire la promozione del documentario su Assagioli, fra Roma e Milano, poi arriverà la distribuzione all’estero, a cominciare dall’Europa e dal Giappone. «Stiamo lavorando - mi spiega, con un orgoglio venato da modestia - con il Centro di Studi Pirandelliani di Roma per costruire un nuovo progetto sulla relazione tra il drammaturgo Pirandello e lo scienziato Assagioli. Agli inizi del Novecento erano dirimpettai in via Bosio, a Roma, e sarebbe bello parlare ancora di Assagioli e di Pirandello da un altro punto di vista, più psicologico».
Pacileo è letteralmente sommersa dai progetti - che spuntano da ogni dove, e si affastellano nella gioia serena di questa donna dal corpo esile -, e prima di salutarci, mi sorride. Fuori c’è il sole, la città risplende come nei momenti più belli. Frammenti di gloriosa, e istantanea, felicità. «Sai - confida - il mio ricordo più caro di Lucca è legato alla primavera, quando nell’aria si cominciava a sentire un certo tepore e con la bicicletta correvo per le Mura. Dopo tanti anni, sono tornata per la proiezione del docufilm su Assagioli e ho fatto una piccola passeggiata. Ogni angolo è ancora una sorpresa. Ogni strada ancora da percorrere. Mi sono domandata: perchè non tornare a vivere qui?».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Questa è la storia di Maria Erica Pacileo, autrice e regista, una vita che per adesso si è fermata ad Arezzo e che è in perenne giro per l’Italia per promuovere il suo ultimo lavoro, realizzato con il compagno Fernando Maraghini e dedicato allo psichiatra e teosofo Roberto Assagioli, noto per essere il fondatore della psicosintesi.
«Come usava dire Assagioli - mi racconta, sistemandosi gli occhiali dalla montatura scura, dietro cui si intravedono due grandi e gentili occhi nocciola - le cose non nascono a caso. Tutti gli incontri che facciamo nelle nostra vita prima o poi ritornano, o ci danno un aiuto nel percorso della nostra esistenza terrena. Ho incontrato Roberto Assagioli, o ancora meglio il suo metodo, circa vent’anni fa, durante un periodo difficile della mia vita in cui avevo bisogno di mettere ordine. Mi sono approcciata provandone i benefici su me stessa, e la realizzazione del docufilm è stata una scelta dettata dal desiderio di raccontare la sua opera. Maria Vittoria Randazzo, magistrato a Palermo e presidente dell'Istituto di psicosintesi di Firenze, nella sua intervista dice “noi non siamo fatti solo di materia, ma anche di anima e spesse volte è la dicotomia tra questi due elementi a creare disarmonia nelle persone. Il processo è difficile e deve essere costante. Non penso di aver raggiunto l'armonia, ma circondarsi di parole e pensieri che la evocano continuamente è un gran bel viaggio che consiglio a molti”».
Sempre un viaggio è quello del documentario, che non si focalizza esclusivamente sull’opera e sulla vita di Assagioli, ma racconta molto di questa regista che ha iniziato dal teatro, e che da bambina aveva formato, con fratelli e cugini, una compagnia casalinga. «La mia formazione - spiega - è stata alquanto strana, soprattutto negli anni dopo il liceo. Oltre a quella del teatro, avevo un’altra passione: l’arredamento. Mi iscrissi ad architettura a Firenze, ma non faceva per me e presto decisi di concentrarmi sul teatro. Ho capito che quella era la mia strada da autodidatta, un po’ frequentando corsi, di cui l'ultimo di regia cinematografica a Bologna, un po’ facendo tanti errori. Ma non mi pento perché tutto mi è servito. Ma ho ancora molto da imparare. E poi ne sono convinta: l’uomo può e deve costruire se stesso con costanza e continuità».
Quello con il cinema e i documentari non è stato un colpo di fulmine, anzi. «Da ragazza andavo al cinema la domenica. Quando vidi ET rimasi incollata alla poltrona. Appena le luci si accesero, notai che tutta la mia famiglia piangeva, e capii la forza del cinema di attrarti nelle storie. Ho imparato a rubare attraverso l'osservazione. Guardo un film e mi ispiro, guardo un’azione quotidiana che mi incuriosisce e ne prendo nota, mi faccio suggestionare da un'immagine. Cerco di essere ricettiva e di mettermi in sintonia. L’ascolto è un tema molto caro alla psicosintesi, importante anche per le relazioni umane e non. Lars Von Trier, in cui il teatro si mischia molto al linguaggio cinematografico, è stato una sorta di faro che ha fatto sbocciare la mia passione per le storie delle persone».
Storie come quella raccontata una manciata di anni fa da Sexy Shop, una sorta di commedia in cui si parla del fallimento di una generazione di 50enni. «Si è trattato - continua Pacileo - di un vero e proprio esperimento. Io e Fernando volevamo raccontare, attraverso un escamotage divertente, un mondo di uomini e di donne che non sono riusciti a coltivare i loro aneliti artistici, non sono riusciti a farne un mestiere a causa della vita che richiede concretezza, ma ne sono rimasti ai margini, quasi schiacciati dai sensi di colpa, da una parte nei confronti delle loro aspettative, dall'altra nei confronti di una società consumistica. C’era un tempo in cui ero assillata dal dover dare una giustificazione al concetto di bello. Credevo di dover spiegare perchè una cosa è bella, e avevo difficoltà in questo. Poi l’incontro con una psicoterapeuta, Carla Fami, mi fece cambiare prospettiva: non c’era bisogno di giustificare il bello, bastava sentirlo. Avevo poco più di vent’anni e questa osservazione mi rassicurò, e mi cambiò per sempre».
Nelle prossime settimane Pacileo sarà, per seguire la promozione del documentario su Assagioli, fra Roma e Milano, poi arriverà la distribuzione all’estero, a cominciare dall’Europa e dal Giappone. «Stiamo lavorando - mi spiega, con un orgoglio venato da modestia - con il Centro di Studi Pirandelliani di Roma per costruire un nuovo progetto sulla relazione tra il drammaturgo Pirandello e lo scienziato Assagioli. Agli inizi del Novecento erano dirimpettai in via Bosio, a Roma, e sarebbe bello parlare ancora di Assagioli e di Pirandello da un altro punto di vista, più psicologico».
Pacileo è letteralmente sommersa dai progetti - che spuntano da ogni dove, e si affastellano nella gioia serena di questa donna dal corpo esile -, e prima di salutarci, mi sorride. Fuori c’è il sole, la città risplende come nei momenti più belli. Frammenti di gloriosa, e istantanea, felicità. «Sai - confida - il mio ricordo più caro di Lucca è legato alla primavera, quando nell’aria si cominciava a sentire un certo tepore e con la bicicletta correvo per le Mura. Dopo tanti anni, sono tornata per la proiezione del docufilm su Assagioli e ho fatto una piccola passeggiata. Ogni angolo è ancora una sorpresa. Ogni strada ancora da percorrere. Mi sono domandata: perchè non tornare a vivere qui?».
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