Il Tirreno

Lucca

Lucca e Ilaria del Carretto l’amore che non è mai nato 

di Paola Taddeucci
Lucca e Ilaria del Carretto l’amore che non è mai nato 

La tesi “scandalosa” di Marco Paoli sulla grande opera di Jacopo della Quercia «Il monumento è smembrato e porta ancora i segni degli anni Novanta»

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LUCCA. Altro che amore. Quello dei lucchesi per Ilaria del Carretto non è mai stato un rapporto idilliaco. Né in passato né oggi. A sostenerlo è lo storico dell'arte Marco Paoli, già dirigente del Mibact – ha diretto, tra l'altro, la Biblioteca statale di Lucca –, nel libro “Ilaria Maior”, pubblicato dalla casa editrice Pacini Fazzi.
Secondo lo studioso il monumento funebre realizzato ai primi del 1400 da Jacopo della Quercia – a suo parere tra le massime espressioni del primo Rinascimento italiano – continua a subire lo stesso trattamento di diffidenza, sfociato in incuria e abbandono, che ha avuto praticamente da sempre.
«Il monumento è smembrato – dice Paoli – e porta ancora i segni dello smontaggio degli anni Novanta quando fu trasferito dal transetto nord della cattedrale in sacrestia, dove si trova tuttora e dov'era finito già a metà del 1500, quando fu privato di una fiancata e addossato a una parete. Anche oggi, pur con le dovute differenze rispetto a cinque secoli fa, il sarcofago non è a posto: è staccato dalla lastra e a sorreggerlo ci sono bulloni di ferro, violenti e antiestetici in un'opera d'arte di tale valore, conosciuta in tutto il mondo e fonte d'ispirazione per poeti come D'Annunzio, Quasimodo e Pasolini».
Per Paoli sarebbe il momento di dare a questo capolavoro quello che merita, riportandolo - finalmente senza bulloni in ferro - nella sua collocazione naturale, cioè in cattedrale, e mettendo così la parola fine a un passato inglorioso nei suoi riguardi.
Ma da cosa deriva questa diffidenza? «Tutto quello che si è verificato per secoli ai danni dell'integrità e della visibilità del monumento – scrive Paoli – non è dipeso solo da ragioni di spazio e di riallestimento dell'interno della cattedrale, ma anche dalle caratteristiche formali e di stile dell'opera, espressione di una bellezza tutta laica e di un decoro tutto pagano».
Ilaria, insomma, era inadatta a stare nella chiesa più importante della città perché donna non santa, bella, elegante, vestita secondo i dettami dell'alta moda del tempo. Troppo laica e profana. E forse, si chiede Paoli, quella diffidenza persiste tuttora, visto che il monumento è di nuovo in sacrestia, come cinquecento anni fa e dopo una vita non proprio agevole. Nei suoi riguardi l'abbandono e l'incuria sono stati talmente gravi, a parere dello storico dell'arte, da gridare al miracolo se ha ancora tutti i pezzi.
Le peripezie – questa la ricostruzione in estrema sintesi - iniziarono con la fine della signoria di Paolo Guinigi, che governò a Lucca dal 1400 al 1430. Deposto il tiranno, la Repubblica riattivò subito la consolidata pratica di rimuoverne i simboli.
Non ne fu esente il sarcofago che ricordava per l'eternità Ilaria, l'amata e venerata seconda moglie di Paolo, morta di parto nel 1405. Via, quindi, la lastra con lo stemma e la parte recante l'iscrizione commemorativa, in modo tale da renderlo anonimo.
Pur privato dell'identità, fino al 1544 il monumento non fu toccato dalla sua posizione originaria, cioè davanti all'altare dei santi Giovanni e Biagio, nel transetto sud della cattedrale. In quell'anno, causa lavori di sistemazione nel transetto, venne però spostato in sacrestia, dove fu addossato a una parete e senza una fiancata, che invece rimase nei pressi dell'altare.
Ben diversamente andò al sepolcro di Domenico Bertini, con cui il capolavoro quercesco aveva diviso da sempre la collocazione nel transetto sud: le autorità della chiesa, infatti, lo fecero rimettere esattamente dov'era. Il sarcofago di Ilaria, invece, dovette aspettare tre secoli e mezzo, passando attraverso varie peripezie, prima di tornare in cattedrale (ma nel transetto nord) dove venne portato nel 1889.
E solo ventitrè anni dopo riuscì a riavere tutti i suoi pezzi, alcuni dei quali, come la fiancata tolta nel 1544, nei secoli erano finiti addirittura tra gli scarti lapidei della cattedrale, oppure portati fuori Lucca e infine recuperati grazie a interventi provvidenziali, spesso esterni alla città.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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