Il Tirreno

Lucca

«Le donne hanno paura a denunciare» 

di Barbara Antoni
«Le donne hanno paura a denunciare» 

La testimonianza delle artefici del gruppo “Non siamo sole”: «Riceviamo molti racconti, ma poi le vittime si chiudono in sé»

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LUCCA. L’ultimo racconto di violenza familiare è arrivato poche ore fa, messo per iscritto da una ragazza che ha visto il mondo crollare intorno a sé. Ha visto la sua mamma offesa e colpita da suo padre. E non era la prima volta che una situazione del genere si mostrava ai suoi occhi atterriti.
«... volevo raccontare ciò che è successo l'altro giorno e vorrei un aiuto... - scrive la giovane, residente nella Piana, al gruppo Facebook “Non siamo sole”, fondato dopo l’omicidio di Vania Vannucchi da quattro amiche trentenni della nostra zona per offrire un sostegno, uno spazio di ascolto, alle donne che vivono situazioni di violenza -. È partito tutto perché mio padre ha offeso mia madre poi gli ha tirato la scarpa e la beccata nel naso, lí ero preoccupata tantissimo, mi sono messa a piangere e in quel momento avevo bisogno di qualcuno che ci aiutava quindi ho chiamato la mia zia e lei é venuta con mio zio, si sono messi contro mio padre cosí che lui potesse capire lo sbaglio ma non l'ha capito quindi mio zio gli ha tirato uno schiaffo e mio padre si è ribellato... e mia zia per paura che succedesse qualcosa di più grave ha chiamato i carabinieri... In quel momento ho provato tantissime sensazioni, difficile descriverle tutte ma quelle più importanti che si sono manifestate sono odio, rabbia, tristezza, insicurezza, paura e delusione... ho provato odio per mio padre perché non voglio che faccia del male a mia madre non lo sopporto... ho provato rabbia perché diceva cose che non sopportavo tipo chiamare mia madre in un certo modo... ho provato tristezza perché ho visto mia madre che stava male... ho provato l'insicurezza perché credo che in quella casa non ci stavo più bene ed ero insicura in quel momento non mi fidavo di nessuno né anche di me stessa... ho provato la paura ma di quelle pesanti, che ti accelerano il cuore. Avevo paura di mio padre in quel momento, che mi dicesse qualcosa che mi potesse ferire del tutto... e ho provato delusione: non sapevo che potesse arrivare al punto di fare veramente del male a mia madre...».
Un racconto che lascia senza parole. Purtroppo, come spiega Sara Labonia, una delle quattro ideatrici del gruppo (artefice della manifestazione con i palloncini rossi sulle Mura il giorno del funerale della donna lucchese uccisa), non occasionale: racconti simili, di violenze anche più crude ai danni di donne di varia età che vivono in Lucchesia, «ne riceviamo diversi. Da quando abbiamo aperto il gruppo abbiamo notato che le vittime di violenza non hanno il coraggio di esporsi sulla pagina pubblica. Piuttosto ci scrivono in privato, ci raccontano storie atroci. Noi cerchiamo di convincerle a rivolgersi alle forze dell’ordine, alle strutture che possono aiutarle concretamente, ma a quel punto si irrigidiscono, fanno un passo indietro: non denunciano perché hanno paura».
Fra le donne che si sono rivolte a “Non siamo sole” molte, aggiunge Sara, «temono che rivelare le violenze subite possa avere come conseguenza l’intervento dei servizi sociali e l’allontanamento dei figli». Ci sono altri fattori che influiscono sul silenzio delle donne, come la paura di ammettere il fallimento di una relazione, la vergogna di fronte ad amici e conoscenti, quasi come se a usare violenza fossero esse stesse. «Tre giorni dopo aver aperto il gruppo - racconta ancora Sara - abbiamo ricevuto la testimonianza di una ragazza maltrattata dal fidanzato, da cui era fuggita aprendo lo sportello dell’auto mentre viaggiava al suo fianco. Era caduta, si era fatta male, ma era salva: anche lei non ha voluto denunciare il fatto».
In parallelo alla paura e alla vergogna delle vittime, le amministratrici del gruppo hanno riscontrato anche il timore a esporsi di quanti leggono ma non commentano, ciò che viene scritto. «Non capisco - conclude Sara -, sembra quasi che ci sia paura anche a rispondere. Chi racconta la propria storia chiede aiuto, un’indicazione, un consiglio: raramente qualcuno risponde facendo sentire che ascolta».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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