Il Tirreno

Lucca

Lucchese per caso con lo sguardo rivolto al mondo 

di FLAVIA PICCINNI
Lucchese per caso con lo sguardo rivolto al mondo 

Lo scrittore ricorda il fascino delle scuole «E poi l’unicità del baluardo Santa Maria»

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Nanni Delbecchi è una chioma canuta, degli occhiali tondi e un bel sorriso. Nanni Delbecchi sorride sempre, come chi ha imparato a prendere la vita come viene, non a caso dice di “fidarsi del caso” e ha maturato uno sguardo benevolo sulle cose. Eppure, è un giornalista. Ha iniziato al Giornale di Montanelli, poi alla Voce e dunque a Il Fatto. Ha pubblicato nel 2004 “I favolosi anni zero”, e poi “Il signor Ikea. Una favola democratica” (2007) e “La coscienza di Mike” (2009).
In autunno è tornato in libreria con un romanzo, di cui parleremo a lungo nel nostro incontro. Ma tutto parte dalla città dove è nato, e cresciuto: Lucca. «Sono – scherza - un lucchese per caso. Mia madre è di Livorno, mio padre di Imperia. Se nasci per caso a Lucca, città dove l’appartenenza e la tradizione sono fortissime, vuol dire che tutta la tua vita sarà governata dal caso, ma anche che il caso ti ha voluto bene. Nascere a Lucca è un’ottima idea. I miei ricordi della città sono legati soprattutto alla scuola. La scalinata sul giardino di Villa Gioiosa, piccolo mondo incantato. Il chiostro di San Ponziano che al mattino si popolava di grembiuli bianchi e neri ben separati tra loro, alla Scuola Media Carducci ancora non esistevano le classi miste. Il leggendario liceo Machiavelli, con quell’aula di scienze che sembrava il parlamento. Ma ci sono anche i sapori. Se Proust fosse vissuto a Lucca avrebbe celebrato la focaccia del Giusti e il gelato della Veneta. Altro che le madeleines!».
E di Lucca si fanno anche i ricordi, che hanno sapori e odori pronti a restituire l’anima della città, diventando mitici nella parola di chi tanto tempo fa è andato via.
«Il Baluardo di Santa Maria, l’unico punto in cui le Mura sembrano una piazza, un’altra città, un altro mondo. Fellini allo stato puro. Da bambino mi ero convinto che nel giardino del baluardo ci fosse stato uno zoo, indagavo con tutti ed ero sicuro che prima o poi lo zoo di Lucca avrebbe riaperto».
Eppure Lucca, nella vita di Delbecchi, è solo una tappa. «Pur considerando Lucca la più bella città d'Italia, e pur essendo grato al caso che mi aveva fatto nascere lì, ho sempre saputo che me ne sarei andato e così è stato appena ho raggiunto la maggiore età. Non sapevo che cosa avrei fatto da adulto, non avevo deciso che avrei fatto il giornalista, sono semplicemente andato per esclusione. Prima la facoltà di lettere perché le altre mi sembravano impraticabili, poi il giornalismo perché una volta i quotidiani erano i porti di mare di ogni titolo, o non titolo, di studio. Ho avuto la fortuna di laurearmi con un pioniere dell'interdisciplinarietà quale Ludovico Zorzi. E la fortuna di frequentare Cesare Garboli negli anni in cui si era ritirato a Vado di Camaiore. Ancora adesso so che non tornerei mai a vivere a Lucca, perché mi priverebbe del piacere di tornarci. L’ho lasciata a diciotto anni per iscrivermi all'Università di Firenze, abbastanza lontana per convincere i miei a mantenermi fuori casa, abbastanza vicina per poter tornare a casa nei fine settimana. Poi ho lasciato Firenze per Milano perché a Firenze non trovavo uno straccio di lavoro e non volevo tornare a vivere a Lucca. Mi è capitato anche di vivere a Roma, ma proprio lì ho capito che Milano era più adatta alla mia natura di vagabondo. Ci sono città dove è bello tornare e altre da cui è impagabile partire».
E poi ci sono momenti in cui è bello soltanto andare. Prendere la macchina, e casomai avventurarsi in un giro del mondo.
Come quello che Nanni Delbecchi ha fatto e poi raccontato nel libro “Guida al giro del mondo”, pubblicato una manciata di mesi fa da Bompiani.
«Io e il mio amico Pietro – mi racconta - avevamo un motivo comune per partire, far fare un indimenticabile viaggio di addio alla vecchia R4 di Pietro, e questo corrisponde all’inizio di “Guida al giro del mondo”. Poi, nel romanzo, le cose cambiano e ognuno dei due protagonisti ha i suoi motivi. Uno spera in cuor suo di trovare il posto giusto, un grande amore, e magari di cambiare vita; l'altro si accontenta di girare il mondo per vedere l'effetto che fa, come cantava Enzo Jannacci. Eppure si viaggia accompagnati dalla nostalgia di casa, che aumenta strada facendo. Ma un giorno ci si sveglia in preda alla nostalgia del viaggio. Allora, vuol dire che siamo tornati».
Il libro, che ha avuto un buon successo di critica e di pubblico, fin dall'inizio è più autofiction che reportage, più parodia che romanzo. Ci si innamora dei protagonisti e delle loro storie come se non fossero persone vere. E va in scena un travolgente gioco di specchi tra viaggio vero e viaggio inventato.
«Questo è il tema centrale di Guida al giro del mondo, romanzo che si finge reportage, e d’altra parte credo che nulla come viaggiare ci renda dubbiosi su ciò che ci è veramente accaduto. A un certo punto il narratore lo dichiara: ci si chiede spesso quanto ci sia di autobiografico in un romanzo, ma stranamente non accade mai il contrario: quanto c'è di immaginario in una vita?».
Abbastanza. A cominciare dalle letture, e dai film, che si fanno mondo e costruiscono un immaginario personale, mutuato da quello universale della fantasia. Se l’ultimo libro di Delbecchi gode delle influenze di Verne, del Magellano di Stefan Zweig, e naturalmente di Ernest Hemingway, la sua formazione è ondivaga, e alternativa a quello che uno potrebbe immaginare leggendone le parole. «Da ragazzo mi capitava di prendere delle cotte per questo o quell'autore. La prima è stata per Dino Buzzati, proprio all'indomani della sua morte. Insieme con il mio amico Aldo Vitali ci siamo messi a cercare tutti i suoi libri, come se fossero le figurine dei calciatori, il più raro era il dramma Un caso clinico, che non siamo mai riusciti a trovare. Adesso sono un lettore piuttosto disordinato, leggo a strappi anche quattro o cinque libri in contemporanea, e quasi sempre nelle ore notturne. Leggo meglio se intorno c'è il buio». E il giornalismo? «Sono convinto che tra letteratura e giornalismo non ci sia differenza e anzi che la loro contaminazione giovi a entrambi. Tra l'altro, questo è perfettamente in linea con la storia culturale della lucchesia e sono molto grato al gran lavoro di Daniela Marcheschi che ieri ha coordinato il secondo seminario internazionale su questi temi».
Il riferimento è al Seminario Internazionale su Letteratura e Giornalismo, organizzato dalla Fondazione Dino Terra, che si è tenuto ieri alla Biblioteca Civica Agorà. Le contaminazioni. Lucca. Milano. Roma. Di nuovo Milano, e il mondo. “Per il futuro – scherza Delbecchi - ho un solo progetto: invecchiare, con tutta calma”. Per una strana associazione, prima di salutarci, mi viene in mente una frase di Eraclito, che Delbecchi cita anche nel suo romanzo. «La strada che scende e quella che sale sono la stessa cosa». Tutto il resto è solo un sorriso.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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