Proteste
«Io, i libri, il poker e il mio strano sentire per Lucca»
Fabrizio Mercantini, scrittore, divenne famoso con un volume sulla filosofia del gioco d’azzardo
FLAVIA PICCINNI. Fabrizio Mercantini è un giocatore di poker, e uno scrittore. O, meglio: era un giocatore di poker, ma resta uno scrittore. Signore elegante - quando lo contatto dandogli del lei chiosa: con quel lei mi ha ammazzato -, laureato in giurisprudenza, classe 1948, ha pubblicato nel 2005 un romanzo che ebbe un buon successo. Era una sorta di spaccato provinciale che suggeriva una lettura dell'esistenza attraverso la scommessa perenne su di sé, e sul tavolo verde. Si chiamava "Filosofia del poker" e lo pubblicava Guanda. Fin dall'incipit inquadrava lo spirito del suo autore: «La prima vera distinzione tra giocatori di poker, l'unica che conta, è quella tra vincenti e perdenti. È una distinzione molto rigida, impietosa nella sua inesorabilità».
Un modo di definire la vita in due categorie (tenendo fuori la filosofia di 007 in Casinò Royale («a poker non giochi con le carte che hai in mano, ma con la persona che hai di fronte»), che forse Mercantini applica anche nella vita. «Il poker - racconta - mi ha appassionato per quattro o cinque anni nel periodo adolescenziale e immediatamente successivo. Poi ho smesso per vent'anni. Quando ho ripreso a giocare l'ho fatto per una quindicina di anni, soprattutto perché vincevo. Brutto, vero?». Bruttissimo. «Poi ho smesso definitivamente e ho scritto la Filosofia del Poker, pubblicato con Guanda e di discreto successo, fingendo un amore per il gioco che invece non mi appassionava più. All'epoca Lucca era una piazza di gioco clandestino, ma ero troppo giovane per conoscere i vizi della Lucca bene. Sapevo che in qualche circolo e in alcune case private giravano parecchi soldi e qualche notabile ci ha lasciato le penne, e magari anche l'azienda». E adesso? «L'esecrazione nei confronti della figura del giocatore è notevolmente diminuita, le scommesse sono diventate un affare per chi le gestisce, vari tipi di poker importati dagli Stati Uniti hanno preso campo. Si può giocare online, e ormai il vecchio pokerino con gli amici è un ricordo del passato. Io però non gioco più. Un paio di anni fa facemmo una partita revival con alcuni amici: fu una noia tremenda e quel che è peggio, persi tutto io!».
Gli chiedo di fare un esercizio che a volte si pratica nei corsi di scrittura, o semplicemente nella vita; domando quali sono le priorità nelle sue giornate. «La famiglia la cito per prima, nonostante la banalità della risposta, perché temo ritorsioni. Poi c'è la lettura, la scrittura, le cose antiche e lo sport. Con quest'ultima passione ho tuttora un rapporto particolare: spesso non ho voglia di farlo, ma lo faccio lo stesso per vari motivi, molti dei quali non mi sono chiari. Mi piace correre da solo in campagna, mi piace giocare a calcetto anche se sono il più vecchio e il secondo giocatore lo distacco di una trentina d'anni». Con Mercantini non servono le domande. Basta una parola: e la scrittura? «La scrittura - continua - la vedo bene, ma purtroppo al momento la vedo bene solo io. Una volta presa la decisione di pubblicare solo con case editrici medio alte, le uniche che ti possono dare una certa visibilità, il mondo delle piccole case editrici ti appare piccolo».
Un discorso forse un po' antico, che non tiene conto dei nuovi equilibri editoriali che invece stanno trasformando il mercato indipendente in una felice nicchia. «Ma - si chiede Mercantini - c'è qualcosa di più squallido di quelli che ti telefonano a casa per informarti del loro ultimo libro, curiosi del tuo parere nel migliore dei casi, desiderosi di vendere qualche copia in più nel peggiore?». Qualcuno direbbe: è l'editoria, bellezza. «Quest'anno partecipo di nuovo al Premio Neri Pozza. L'anno scorso sono andato in finale, ma non ho vinto. Peccato per la mancata pubblicazione e per i 25.000 euro di premio. La ricerca, stanca, di una casa editrice è il mio progetto letterario. Gli altri non interessano a nessuno». Ogni scrittore trova nella lettura la sua formazione, Mercantini non fa eccezione. «La sera, scegliendo libri con cura, vado a letto a leggere, ma se la scelta è sbagliata il libro ruzzola a terra quasi in tempo reale con le prime righe lette. Leggo pochi romanzi, ultimamente mi sono divertito solo con la Elena Ferrante. Solo se obbligato con la forza leggo gli autori lucchesi, però acquisto disciplinatamente di tutto per farli contenti. Invece mi appassiono ancora ai libri sulla Seconda guerra mondiale e sulla storia d'Italia che però non sono adatti al letto perché ingombranti. Mi sono formato sugli umoristi inglesi Jerome e Woodehouse il che già di per sé mi esclude dalla nobile fascia degli intellettuali. In un certo senso, formativo è stato il mio rapporto con Andrea Bocconi, mio cugino. Proprio da bambini, ricordo, scrivevamo dei raccontini e poi davamo il delicato compito di stabilire quale fosse il migliore a sua madre, mia zia Maria. Lei faceva di tutto per tenere la barca pari, e la parità era infatti il risultato più giocato dai bookmakers del tempo».
Da allora Bocconi ha pubblicato numerosi libri di successo, ed è diventato uno dei più noti scrittori di viaggio italiani. «Da ragazzo - seguita Mercantini - leggevo un po' dappertutto, a letto, in poltrona, di nascosto anche a scuola. Con il passare del tempo il bagno è diventato una sede importante. La scelta del libro è importante: il volume non deve essere troppo pesante né come tomo né come argomento. Pena una fastidiosa stipsi».
Ecco l'umorismo lucchese. Un po' greve, votato a scandalizzare, proprio di Mercantini che ha uno spirito goliardico, e divertitamente cinico, onnipresente. «Purtroppo io non ho il senso di appartenenza a nulla, meno che mai a una città, anche se Lucca ha visto almeno una decina di generazioni della mia famiglia. Lucca da bambino me la ricordo, con senile nostalgia, come una città sonnacchiosa, quasi deserta, sporca, dove incontravi sempre le stesse persone, ma ogni volta ti fermavi a fare due chiacchiere. L'unica eccezione era Marco Pasega: con lui le chiacchiere duravano ore, anche quando avevi da fare». Il riferimento è al pittore Pasega, scomparso più di trent'anni fa, che cominciò a esporre negli anni Sessanta e che nel 1966 fondò il movimento concettuale Zip Art. Una gloria di Lucca inghiottita dal tempo. E il primo ricordo? «La messa in San Cristoforo, impietrito dalla noia, a seguire l'acquisto dei giornali, poi le paste dal Pinelli, qualche figura caratteristica come Ruffo, Quartuccio, la Frusa. Il baluardo del Caffè delle Mura dove mi portavano a giocare da bambino». Esattamente come tutti i bambini di Lucca, da sempre. O quasi. Giocatori di poker, o eterni scrittori.
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