Il Tirreno

Lucca

La vita tra i libri della “regina” della letteratura

di FLAVIA PICCINNI
La vita tra i libri della “regina” della letteratura

Daniela Marcheschi, critica e docente svela le sue passioni, da Collodi a Dumas

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di FLAVIA PICCINNI

«Ho iniziato a leggere frequentando la prima elementare. Mi regalavano un sacco di libri, e io mi mettevo sul pianerottolo della grande casa di Sant'Anna dove vivevano i miei genitori, i miei zii signorini, e mia nonna. Ogni tanto passava qualcuno, alzavo lo sguardo, poi riprendevo a leggere». Parlare con Daniela Marcheschi, critica letteraria e professoressa universitaria di letteratura, editor di alcuni dei più grandi scrittori dei nostri tempi come l'indimenticato Giuseppe Pontiggia, è entrare in un'immensa biblioteca. Ovunque libri bellissimi. Libri che hai letto, libri che avresti voluto leggere, libri sconosciuti che ti viene voglia di andare a comprare subito, e di metterti lì, sulle scale di casa, sperando di incontrare i vicini e alzare un poco lo sguardo, per poi ricominciare a leggere.

Una corona di capelli biondi, occhi azzurrissimi da siamese, Daniela Marcheschi appena cita un Collodi, uno Stevenson, un Dumas si illumina; arriva un sorriso appena accennato, che le incanta per lunghi secondo il viso, e pare la felicità. La felicità più pura: quella ispirata da romanzi e da poesie. «I miei genitori - mi racconta, subito dopo aver preso un lungo sorso da un succo di frutta - leggevano molto. Papà, che lavorava alla Manifattura Tabacchi, era un grande appassionato di Salgari. E mia madre, impiegata alla Cucirini Cantoni, era un'incredibile lettrice». Oltre i libri, nella formazione di Marcheschi, arrivano poi i giornali, l'immancabile appuntamento con la Tv dei ragazzi e Angelo Lombardi, che conduceva L'Amico degli Animali, e poi Dario Fo, Franca Rame... E ancora libri. Libri sopra ogni cosa. «Uno dei romanzi più belli che abbia mai letto è stato Inventario della casa di campagna di Piero Calamandrei. Ci ritrovavo il gusto delle cose belle che vivevo quando andavo in campagna dalla mia bis nonna. Una vita che mi piaceva tanto».

Con l'adolescenza i testi cambiano. «Leggevo Freud, Jung, Gramsci. Al Machiavelli, durante le lezioni di scienze nell'emiciclo, sotto al banco avevo L'Intrepido. E poi i grandi romanzi: Lev Tolstoj, Fëdor Dostoevskij, ma anche tanta letteratura francese che mi suggeriva mia sorella Alberta. Al liceo ho scoperto anche Pavese, Vittorini e soprattutto i poeti, e i classici di cui facevamo tante traduzioni. Alla fine però ero stufa di leggere il Novecento, volevo scoprire i contemporanei. Salvatore Quasimodo, Alfonso Gatto, Jacques Prévert, Rafael Alberti e Pablo Neruda...».

I nomi sulla bocca di Marcheschi sono frammenti che traghettano altrove. «All'Università, da studentessa di lettere alla Normale, ho scoperto altri poeti e scrittori, e ho scoperto soprattutto una crescente insoddisfazione rispetto ai grandi valori come Italo Calvino. Erano gli anni degli incontri con Mario Fubini, con Alfredo Stussi e con Carlo Dionisotti, un maestro formativo al massimo grado. Assistevo a decine di seminari importanti, e ogni volta imparavo qualcosa: bisognava prendere da loro e nello stesso tempo comprendere quello che poteva essere un limite culturale. Già allora ero convinta che solo decifrando . i loro errori, i loro grandi errori perché si muovevano a livelli altissimi, si poteva imparare bene e di più».

Fra i ricordi arriva il volto accigliato di Gianfranco Contini, critico letterario e filologo di grande fama. «Aveva un gusto incredibile per certi poeti dialettali. Ma quando, analizzando il contenuto dei loro bellissimi suoni, ci si imbatteva in argomenti un po’ troppo scontati, cominciai a riflettere e a vedere la poesia come la musica dei significati. Eppure la musica non basta: servono anche i significati». Tutto questo crea la predisposizione in Marcheschi per approcciarsi ai grandi della letteratura, come Carlo Lorenzini, di cui è Presidente dell'Edizione Nazionale delle Opere. «Un'impresa impegnativa che porta in emersione un Ottocento non sempre considerato con la dovuta attenzione. Il merito è di Alfredo Stussi che mi ha trasmesso un metodo filologico serio, che porta ad avvicinarsi al testo per capirne le profonde ragioni senza voli pindarici aprioristici, e che mi ha aiutato a dare un ordine nell'enorme massa di testi anonimi che si potevano far risalire a Collodi».

Fra i maestri torna Dionisotti, che con il suo sguardo trasversale aiuta Marcheschi a mettere a punto la teoria delle tradizioni, caso di interesse anche per l'estero. «Noi - spiega - pensiamo per tradizioni. L'uomo non è una tabula rasa, ma dentro di lui c'è un portato di pensieri e di esperienze che gli suggeriscono la costruzione del futuro».

La costruzione di quello che sarà, o meno. Nonostante il successo, il rapporto con l'Università resta controverso: «Con l'etica messa in secondo piano rispetto all'ideologia, non mi piaceva per niente. Per questo ho fatto il mio lavoro all'estero». Lucca però è sempre presente: «La cultura in città ha una sua vitalità, ma potrebbe averne di più soprattutto attraverso idee che valorizzino le grandi istituzioni culturali che qui sono attive». La conversazione torna sui libri. Marcheschi, Presidente della Fondazione Dino Terra e del Progetto Magnifiche Presenze, che intende focalizzare l'attenzione sull'amicizia conflittuale fra Pascoli e D'Annunzio, riprende: «Adesso leggo Edgardo Franzosini, Guido Conti, Roberto Barbolini, Andrea Carraro. Ma quello che manca alla nostra letteratura è ciò che Leo Ferrero definiva il sentimento morale inteso come senso di reazione alle ingiustizie del mondo, e non la frivolezza che galleggia in tanta letteratura contemporanea. La letteratura dovrebbe toccare il dolore, quello che ci fa raggiungere il cuore degli altri». Ed è così che scriveva Ferrero: «Gli scrittori italiani non sono più europei, perché non hanno la chiave della vita, non solo europea, ma universale, che è il sentimento morale». Era il 1928. Sembra pensato oggi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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