Finanza
Dentro Maggiano e le sue mille storie
Nell’ex manicomio tracce di dolore e di umanità
LUCCA. Il vecchio ingresso è chiuso, inaccessibile, come gran parte del complesso che domina dalle colline la piana di Lucca. Ma bastano le poche stanze aperte al pubblico a rendere almeno un’idea. La realtà no, quella è difficile anche da immaginare: racconti, documenti, e anche gli oggetti, possono far intuire qualcosa, ma non potranno mai raccontare il vissuto di chi dal manicomio di Maggiano ci è passato prima che diventasse ex, sia come “ospite”, sia come operatore. Però, rispetto ad altre realtà analoghe, quella di Maggiano può raccontare qualcosa di più del suo passato, contanto su una testimonianza eccezionale, quella di Mario Tobino.
La sua sensibilità di scrittore (soprattutto in questa veste è conosciuto al grande pubblico) è la stessa che Tobino ha messo nel suo rapporto con gli ospiti di Maggiano, struttura dove ha lavorato, anzi, ha proprio vissuto dal 1942 fino alla sua morte. Un arco di tempo che ha permesso a Tobino di vivere, e di essere protagonista, di una profonda trasformazione della psichiatria e del modo di affrontare “gli altri”, i “pazzi”, quelli che vivono in un modo diverso dal nostro (sì, la parola che verrebbe più facile è quella di “malati”, ma non è certo un termine che avrebbe utilizzato Tobino). Questa evoluzione, che ha portato gli altri a essere prima soggetti da isolare, poi da sedare e, solo in fondo, da curare, è quella che poi portò alla chiusura dell’ospedale psichiatrico, quando, nel 1999, anche gli ultimi pazienti lasciarono la struttura.
Però il peso di quegli anni è palpabile, e un misto di sentimenti ti afferra varcando i cancelli della struttura: sentimenti di ogni tipo, di dolore, e qui se ne è provato tanto, ma anche di umanità, come quella che provò a portare Tobino nel suo lavoro di psichiatra. L’occasione per avvicinarsi a questo mondo è offerta dalla “Settimana del cervello”, l’iniziativa dell’Imt che prevedeva appunto una visita guidata a Maggiano. Giacomo Brucciani, della Fondazione Tobino ha guidato gli ospiti in un viaggio nella storia della psichiatria e di Maggiano, aiutato dalle parole dello stesso scrittore, quelle del suo libro “Le libere donne di Magliano”. No, non è un refuso, nel romanzo (anche se è difficile dire dove finisce la realtà e dove inizia la fantasia) il nome di Maggiano era stato volutamente modificato. Ma le parole che contiene sono macigni. Così come gli oggetti raccolti dal passato del manicomio e conservati in due stanzette: strumenti medici ovviamente, camicie di forza, e così via. Ma a colpire, ancor più dei resti di cervelli umani conservati in formalina, sono i volti: le foto di alcuni dei pazienti (che dovevano essere schedati, perché il ricovero in manicomio era cosa da segnare in fedina), uomini e donne, significativamente messi dietro una rete da pollaio, simbolo di prigionia. Poi un ritorno alla serenità e all’umanità, nelle stanze che furono di Tobino (compresa la camera da letto con la Divina Commedia sul comodino) così come le aveva lasciate prima del viaggio ad Agrigento, dove lo colse la morte nel 1991. Un viaggio tra emozioni diverse quello offerto da questa visita, una testimonianza storica sconosciuta a molti, anche se visitabile ogni venerdì (basta consultare il sito www.fondazionemariotobino.it), per un viaggio che è anche dentro di noi.
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