Il Tirreno

Lucca

Medaglie d’onore agli eredi di due militari internati

di Anna Saccoccio
Medaglie d’onore agli eredi di due militari internati

Isvaldo Pellegrini e Elia Simoni furono deportati nella Germania nazista dopo l’Armistizio di Cassibile

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LUCCA. Due medaglie d'onore sono state consegnate nell'occasione della 17esima Giornata della Memoria celebrata ieri a Palazzo Ducale ai discendenti dei cittadini della provincia di Lucca Isvaldo Pellegrini e Elia Simoni, deportati in Germania ed internati nei lager nazisti dopo la proclamazione dell'Armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943. Pellegrini e Simoni erano due degli 800mila "Imi", gli Internati militari italiani, dal tedesco "Italienische Militär-Internierte". Questo era il nome ufficiale dato dalle autorità del Terzo Reich ai soldati italiani che dopo il disarmo si rifiutarono di continuare a combattere con l'esercito tedesco e appoggiare la Repubblica di Salò e furono così catturati e sottoposti a lavori pesanti in Germania. Dal 1944 fino alla fine della guerra, quando vennero liberati dagli americani, furono considerati “lavoratori civili”, statuto che non permetteva loro nemmeno di godere delle garanzie delle Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra.

Le storie.Elia Simoni, nacque nel 1919 a Fagnano. Fu catturato nell'agosto 1944. Era un aviere di aeroplano. Le ricerche sulla sua deportazione sono ancora in corso e non si conosce il nome del lager nazista dove fu imprigionato, in Germania ci rimase fino alla fine della guerra. «Ci raccontava fino da quando eravamo piccole del suo periodo di prigionia - raccontano le figlie Daniela e Maria Giovanna -, della fame, del lavoro, delle sofferenze e del freddo. Noi non chiedevamo, anche per non fargli rivivere quei momenti, ma lo ascoltavamo, raccontando lui ha elaborato il suo dolore. Nonostante quest’esperienza è sempre stata una persona con tanta gioia di vivere». Elia Simoni ha lavorato come macellaio. È morto a Lucca nel 2015, ieri, assieme agli altri familiari, è stato il suo piccolo bisnipote, a ritirare la medaglia d’onore.

Isvaldo Pellegrini era del 1923. Fu catturato a 20 anni. Ragioniere di Forte dei Marmi, era ufficiale di Completamento all'Accademia militare di Livorno. Fece parte di 600 allievi dell'Accademia che dopo l'Armistizio si rifiutarono di raggiungere le fila tedesche. Furono trasportati in condizioni inumane con pescherecci a Pola, poi stipati su una petroliera, portati a Venezia e trasferiti su carri ferroviari. Alcuni riuscirono a fuggire, Isvaldo fu costretto assieme agli altri a salire sul treno. I vagoni, una volta giunti a Tarvisio, furono staccati e proseguirono per il campo di concentramento di Markt Pongau, in Austria, agli allievi fu nuovamente chiesto di arruolarsi. Una trentina accettarono. Gli altri, con loro anche Isvaldo, furono deportati, in pieno inverno, nei campi nell'ovest della Germania, per essere impiegati nelle fabbriche della Ruhr. Come indica il suo libretto di lavoro, conservato in un diario che fece dopo la liberazione, Isvaldo lavorò per la Thyssen AG, attuale ThyssenKrupp AG, tra le più importanti aziende europee del settore siderurgico. Al tempo la ditta produceva armamenti. «Non seppi mai esattamente in che campo fu imprigionato - racconta il figlio Alessandro, 63 anni -. Ma so che lavorò a costo zero per due anni, senza certezza di venir liberato, patendo freddo e fame». Dopo la liberazione, prima di Tornare in Toscana, Isvaldo lavorò alcuni anni da uomo libero con l’esercito statunitense. Il suo diario, sulla copertina la bandiera a stelle e strisce, è pieno di foto e pensieri di quegli anni. Oltre ai racconti, Alessandro ricorda i viaggi assieme al padre. «Da bambini ci portava in Germania, per tornare libero, con noi, in quei posti dove un tempo era stato prigioniero».

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