Toscana
Casa sequestrata alla cancelliera
La donna, sospesa dal lavoro, è indagata per peculato: avrebbe nascosto fascicoli e titoli
LUCCA. I finanzieri si sono presentati di nuovo venerdì 13 gennaio a casa di Norma Margheri, la cancelliera del tribunale civile di Livorno indagata con l’accusa di peculato per aver fatto sparire soldi e fascicoli dall’ufficio delle vendite mobiliari di cui era la responsabile e poi finita nei guai anche per ricettazione e truffa in concorso.
In mano i militari delle fiamme gialle avevano il decreto firmato dal giudice per le indagini preliminari Beatrice Dani con il quale è stato disposto il sequestro preventivo di metà dell’immobile - una villetta su due piani di circa 150 metri quadrati nella frazione di San Lorenzo a Vaccoli, in provincia di Lucca - dove la donna vive con la famiglia. Al centro del provvedimento che fa seguito alla sospensione della cancelliera dal lavoro avvenuto nel luglio scorso, la necessità - secondo gli investigatori coordinati dal pubblico ministero Massimo Mannucci - di bloccare i beni della donna per una cifra di 107mila euro. Un valore che corrisponde - spiegano i finanzieri - «ai soldi in contanti depositati nelle mani della funzionaria e derivanti da sequestri e dissequestri di auto e natanti dai vari debitori nel corso delle procedure esecutive». Aggiungono gli inquirenti motivando la richiesta al gip: «All’esito degli ulteriori accertamenti abbiamo verificato l’esistenza di una segnalazione di operazione sospetta che evidenziava l'avvenuto smobilizzo di quote in fondi comuni di investimento cointestate con il marito».
Eppure la cifra complessiva che mancherebbe all’appello dopo aver fatto i conti degli ammanchi, sarebbe molto più alta. In tutto circa 230 mila euro. Ma i 113 mila euro restanti, per lo più titoli di credito e libretti di deposito bancario intestati a terzi, sarebbero stati sì incassati, ma poi utilizzati dalla stessa indagata per coprire gli ammanchi di altri fascicoli.
IL SISTEMA. È proprio questo sistema di scatole cinesi che ha colpito i militari della sezione di polizia giudiziaria della Finanza che hanno condotto le indagini. Tanto da ipotizzare che il meccanismo di gestione dell’ufficio andasse avanti da anni, addirittura dal 2005. Possibile che nessuno in Tribunale si sia mai accorto di niente? Anche perché i finanzieri durante le perquisizioni effettuate sia in Tribunale che a casa della cancelliera, hanno accertato come la donna avesse l’abitudine di portare i fascicoli fuori dalle aule per lavorarci a casa lasciando gli atti anche nella propria auto. Al momento, però, oltre alla sessantenne, c’è solo un’altra persona iscritta nel registro degli indagati nell’inchiesta che il pm ha chiuso nei giorni scorsi. Ma la contestazione nei confronti di Manola Carmassi, 60 anni, anche lei cancelliera del Tribunale, riguarda solo l’ipotesi di truffa aggravata «per aver chiesto e ottenuto in concorso con la Margheri, da una donna di 80 anni un prestito di 30mila euro che provenivano dall'eredità che l’anziana aveva avuto dopo la morte della figlia».
Dunque quello che emerge fino ad oggi dall’indagine è che la cancelliera avrebbe gestito in modo illegale l’ufficio di cui era responsabile per almeno otto anni senza che nessuno notasse delle incongruenze alle voci di dare e avere denaro. Solo a metà del 2015 i vertici del tribunale civile di Livorno avrebbero inviato alla Procura una segnalazione dalla quale è poi partita l’indagine che a breve è destinata ad entrare in un’ aula penale.
LA DIFESA. Per il momento gli avvocati della donna, Francesca Galiuto e Stefano Del Corso, che abbiamo contattato, preferiscono non commentare l’ultimo colpo di scena dell’inchiesta limitandosi a dire che «a breve parleremo con la loro cliente per pianificare la strategia difensiva». Non è escluso che l’ex cancelliera decida di farsi interrogare dal pm o, tramite i suoi avvocati, presenti richiesta di rito alternativo, patteggiamento o abbreviato che sia.
L’ULTIMO REATO. Risalirebbe a quando le due dipendenti pubbliche hanno saputo che un’anziana che frequentava il loro ufficio, aveva avuto in eredità circa duecento mila euro. Entrambe, con evidenti problemi di soldi, avrebbero chiesto all’ottantenne un prestito di 15mila euro ciascuna. Ma secondo gli investigatori quello messo in piedi ai danni dell’anziana sarebbe stato un raggiro, finito nell’inchiesta della finanza sui fascicoli e sul denaro sparito in tribunale. Una ricostruzione che l’avvocato della sessantenne indagata, Andrea Giomi, contesta: «Quei soldi - la mia cliente li ha restituiti fino all’ultimo centesimo e con gli interessi pattuiti».
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