Il Tirreno

Lucca

Il cacciatore condannato a 12 anni

di Gianni Parrini
Il cacciatore condannato a 12 anni

Marco Zappelli ritenuto colpevole del tentato omicidio di Gianfranco Barsi. Derubricato il capo d’accusa nei confronti del figlio

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LUCCA. Dodici anni e due mesi. È questa la pena a cui il giudice Silvia Mugnaini ha condannato Marco Zappelli, il cacciatore 58enne di Ghivizzano che il 7 novembre 2015 esplose tre colpi di fucile all’indirizzo di Gianfranco Barsi (49 anni) e del figlio 19enne Riccardo. Il fatto avvenne nella piccola frazione di Vitiana, un pizzicotto di terra in Coreglia Antelminelli. Quel giorno di ordinaria follia ha riscritto la vita di un’intera famiglia: il più grande dei Barsi fu colpito al collo dalla fucilata e cadde a terra in una pozza di sangue. Ora è costretto su una sedie a rotelle, in una struttura di Montecatone, vicino Imola. Il figlio Riccardo, invece, sfuggì per miracolo alla mattanza. Ma quell’episodio se lo porterà dentro per sempre.

Ieri la giustizia ha provato a rimarginare le ferite aperte da quei colpi di fucile. Fuori dal tribunale alcuni cittadini manifestano per segnalare il pericolo a cui è sottoposto chi vive vicino alle zone venatorie: considerano la vicenda Barsi esemplare nella sua assurdità. In aula sono presenti Zappelli, difeso dagli avvocati Paolo Mei e Vincenzo Locane. I legali hanno chiesto e ottenuto l’abbreviato condizionato, che consente di avere uno sconto di un terzo della pena edittale. L’accusa è rappresentata dal sostituto procuratore Antonio Mariotti. Presenti anche Nadia e Riccardo, moglie e figlio di Gianfranco Barsi, accompagnati dall’avvocato Alessandro Garibotti. Fuori dall’aula, invece, ci sono il fratello Alessandro e l’anziana madre. «Speriamo di arrivare a sentenza già oggi – dicono in trepidante attesa – A breve (l’11 gennaio, ndr) scadono i termini per la custodia cautelare di Zappelli e non vorremmo vederlo in libertà. Scuse da parte del cacciatore? Nessuna». Almeno fino a oggi, perché stavolta Zappelli rilascia delle dichiarazioni spontanee: «Non volevo uccidere, mi spiace per la sofferenza che ho causato ai Barsi». Queste, più o meno, le sue parole. Nadia, la moglie di Gianfranco, non riesce ad ascoltare ed esce dall’aula. C’è da capirla: da un giorno all’altro si è vista il marito ridotto su una sedia a rotelle, ha dovuto lasciare il lavoro e ora sta faticosamente tentando di portare avanti una vita familiare con due ragazzi (19 e 11 anni) ancora giovani. Per questo le parole dell’imputato le hanno dato fastidio: sparare una fucilata da poco più di un metro ad altezza uomo è esattamente l’opposto del “non voler uccidere”. Lo hanno stabilito anche i periti nominati dal giudice: il professor Martino Farneti del centro di balistica forense e il medico legale Luigi Papi. Il pm Mariotti, invece, si è affidato al colonnello Paolo Fratini, comandante della sezione balistica del Ris di Parma. Entrambi sono arrivti alle medesime conclusioni: Zappelli spara per uccidere. In aula, però, la difesa fa il suo gioco e contesta i risultati della perizia. Si discute per più di un’ora. Alla fine arriva l’incisiva arringa del sostituto procuratore Mariotti: 16 anni per il duplice tentato omicidio dei Barsi. Questa la richiesta del pm. Il giudice Silvia Mugnaini si ritira per deliberare. Torna in aula nel pomeriggio, attorno alle 16,30, con la sentenza in mano: 12 anni e due mesi. Zappelli viene riconosciuto colpevole del tentato omicidio del più grande dei Barsi, ma il gup derubrica a minaccia aggravata l’imputazione per la condotta verso il figlio. Il giudice stabilisce anche una provvisionale: 500mila euro per il padre, 20mila per Riccardo. Soldi difficili da vedere visto che l’imputato era disoccupato. «Aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza (tra 40 giorni, ndr), poi valuteremo se avviare la causa civile per il risarcimento – spiega l’avvocato Garibotti – C’è un’altra possibilità: di recente il nostro Paese ha recepito una direttiva europea che prevede la creazione di un fondo ad hoc per indennizzare le vittime di episodi violenti. Ma i regolamenti non ci sono ancora».

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