Gioco
Nella via nobile “comandano” i franchising
Viaggio nel Fillungo: 70 attività fra Canto d’Arco e via Nuova. I negozi tradizionali sono meno di 20
LUCCA. Era il salotto buono del Commercio con la C maiuscola, il regno dei negozi storici, di boutique e blasonate “botteghe” di famiglia la cui gestione si tramandava nelle generazioni. Un’epoca che non è più: oggi via Fillungo, pur conservando la sua etichetta di via del commercio rinomata ben oltre i confini della Lucchesia, è il regno dei punti vendita in franchising.
Più che una teoria o un luogo comune: a parlare sono i numeri. Via Fillungo misura circa settecento metri dal Canto d’Arco a piazza Santa Maria, divisi idealmente in tre sezioni, in ordine di “nobiltà” partendo appunto dal Canto d’Arco. Ne abbiamo passate al setaccio intanto le prime due - fino all’intersezione con via Mordini (già via Nuova) - facendo né più né meno la conta degli esercizi che vi si affacciano: sono settanta in tutto, di cui trentatré fino alla Loggia dei Mercanti e i restanti trentasette da qui a via Mordini, con lo stop in corrispondenza di Palazzo Sani. Le attività “di famiglia” o comunque private sono una schiacciante minoranza: meno di venti, includendo nel gruppo anche i pubblici esercizi aperti (Pult, Moka Bar e Il Bernino) e l’edicola (Lorenzini). Il resto sono negozi in franchising, di griffe più o meno conosciute e di maggiore o minore qualità, tutte nel campo dell’abbigliamento, dell’intimo per la famiglia, della telefonia e affini, della cosmetica, calzature, della ristorazione da passeggio anche.
Chi resiste tra i negozi tradizionali? Sono due i settori che continuano a rappresentare lo “zoccolo duro”, vale a dire le oreficerie e i negozi di ottica. Nomi (cognomi) entrati nella storia del commercio lucchese come Pellegrini, Fabbri, Carli, Chiocchetti (gli orafi e gioiellieri), o come Talini, Toni e l’Ottica Vogue. E poi, tra i resistenti consolidati, ci sono i negozi di abbigliamento e calzature della famiglia Lanza: nel tratto di via Fillungo preso in esame sono tre, ovvero Premium, Il Panda, Lanza & co.
Chi altri resiste? Pochi, a dire il vero. C’è la cioccolateria-gelateria nei locali dell’antica profumeria Ristori, c’è il negozio di abbigliamento 19 58, c’è il secondo Tutto Sport (il primo è in via Mordini), c’è la cartoleria Paoletti, oltre a negozi di più recente apertura come Sofi, la cioccolateria Cavalsani, come le pelletterie di Floreiza e Talja. Un contesto trasformato rispetto al passato, dal quale continuano a spiccare le assenze eccellenti: il Caffè Di Simo chiuso da anni e la boutique Tenucci, chiusa per problemi finanziari.
Per il resto sono franchising: stessi brand, stesse vetrine e stessi articoli che puoi trovare in qualsiasi altra città. Il contrario del commercio di tradizione.
«La prevalenza dei franchising è netta - afferma Federico Lanza, esponente di una famiglia storica del commercio lucchese di quelle che “resistono” -. Niente contro questo tipo di negozi, ma il centro con la loro presenza perde personalità». Come si resiste? «Con estremi sacrifici, lavorando sia noi che lo staff con attenzione, impegno, in modo molto più duro che in passato e facendo salti mortali - risponde Lanza -. Le soddisfazioni economiche oggi sono molto basse, in attesa di tempi migliori ma per ora la luce in fondo al tunnel non si vede. È in atto una discussione sul piano delle funzioni. Credo che sugli aspetti sostanziali sia il momento di studiare strategie insieme, commercianti e amministrazione. Il punto è riuscire a far tornare in centro i lucchesi. Non si spiega come turisti dalla Danimarca vengano due volte l’anno a Lucca per fare acquisti quando ci sono lucchesi che risiedono nelle frazioni che da anni non frequentano il centro storico».
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