Il Tirreno

Lucca

Omicidio Sodini 13 anni e 4 mesi per il caldaista

di Gianni Parrini
Omicidio Sodini 13 anni e 4 mesi per il caldaista

Riconosciuto a Donatini il “vizio di mente” Nel aprile 2015 sparò 13 colpi al caporeparto

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LUCCA. Tredici anni e 4 mesi. È questa la pena inflitta ieri a Massimo Donatini, il 44enne caldaista della Lucart che il 7 aprile 2015 freddò con 13 colpi di pistola il suo caporeparto, Francesco Sodini, 53 anni, padre di famiglia.

L’udienza camerale inizia alle 9 di mattina: Donatini arriva in aula con le manette ai polsi, accompagnato dalle guardie del carcere San Giorgio. Occhi bassi, a tratti chiusi, e nessuna dichiarazione da fare. Le sue riflessioni le affida a una lettera, consegnata dall’avvocato Fabrizio Ungaretti al giudice e alle parti. Ma non letta in aula, l’imputato non lo desidera. Dietro, a pochi metri di distanza dal caldaista omicida, ci sono i parenti di Sodini: il fratello Massimo, la moglie e il figlio più grande. Anche loro attendono in dignitoso silenzio che il giudice Giuseppe Pezzuti si ritiri per deliberare.

Dopo un’ora il magistrato torna in aula e legge la sentenza. Accolta la richiesta del sostituto procuratore Antonio Mariotti: 13 anni e 4 mesi, più al termine della pena altri tre anni da trascorrere in una casa di custodia per persone con pericolosità sociale. Disposta anche una provvisionale in favore dei familiari di Sodini: 180mila euro alla moglie e 75mila al fratello. Soddisfatti i legali della difesa. Silenziosi e corrucciati i parenti della vittima: «Nessun commento», dicono ai giornalisti che provano a strappar loro una dichiarazione. I loro pensiero si palesa poco dopo, con una nota diffusa dall’avvocato Francesco Lastrucci (vedi pagina a fianco).

Donatini era accusato di omicidio volontario (24 anni) e di porto abusivo d'arma (2 anni). A pesare sul "conteggio" della pena sono stati sia la scelta del rito (che prevede uno sconto di un terzo rispetto al massimo previsto dal codice) e il riconoscimento del “vizio parziale di mente” evidenziato dalla perizia del professor Augusto Traversa (nominato dal giudice) e dalla relazione del consulente della procura (il professor Mauro Mauri).

In pratica, quella mattina Donatini non era in grado di comprendere il significato delle proprie azioni. Questo ha escluso la sussistente aggravante della premeditazione. Da qui la richiesta del pubblico ministero, che il capo dei gip ha ritenuto congrua fissando la pena in 13 anni e 4 mesi.

Una storia terribile, quella che ebbe il suo epilogo il martedì dopo la Pasqua del 2015, in piazza Salvo d'Acquisto all’Arancio. Una storia che veniva da lontano, da quando i colleghi avevano preso di mira il caldaista con quelli che apparivano scherzi innocui: in sostanza gli veniva prospettata la possibilità di essere licenziato dopo 25 anni di lavoro alla Lucart.

A dare corpo ai timori di Donatini è stata l’installazione di alcune telecamere in azienda, che il caldaista temeva servissero a controllarlo. Agli occhi dell’operaio il responsabile del suo incubo era per l'appunto il caporeparto Sodini, che conosceva da anni. Una proiezione mentale che non aveva alcun riscontro nella realtà, ma che per Donatini si era trasformata in una vera ossessione.

Così, dopo essersi procurato un'arma sottraendola dall'armadietto nella quale la custodiva il padre, la mattina del 7 aprile Donatini partì a piedi dalla sua casa nel capannorese. «Vado a correre», disse alla moglie. Percorse a piedi quasi nove chilometri di strada per andare ad appostarsi sotto casa di Sodini. Quando il caporeparto uscì dall’ingresso della sua abitazione, l’operaio gli scaricò addosso l’intero caricatore: 13 colpi. Subito dopo l’efferato crimine, e sempre a piedi, l’omicida andò alla caserma di Cortile degli Svizzeri per costituirsi davanti ai carabinieri.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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