Il Tirreno

Lucca

Tra i resti dei Guinigi una protesi di 4 secoli fa

di Barbara Antoni
Tra i resti dei Guinigi una protesi di 4 secoli fa

La scoperta della studiosa Simona Minozzi dell’Università di Pisa Un reperto simile non era mai stato rinvenuto: assente anche nei trattati del ’500

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LUCCA. Soffrivano di carie molto più di quanto fosse comune nel loro periodo storico, quando in media era il venti per cento dei denti ad ammalarsi. Per i Guinigi invece l’incidenza della malattia era molto più alta, praticamente il triplo. Forse per questo, per la carie che avevano distrutto le loro dentature, avevano bisogno di protesi. Ed erano assolutamente ben forniti di fior di dentisti e odontotecnici. Lo dimostra l’ultima scoperta realizzaa dalla dottoressa Simona Minozzi della divisione di Paleopatologia del dipartimento di ricerca traslazionale e delle nuove tecnologie in medicina e chirurgia dell’Università di Pisa, con il professor Gino Fornaciari, della professoressa Valentina Giuffra e del dottor Antonio Fornaciari.

La scoperta - realizzata durante la pulizia e il restauro dei resti scheletrici rinvenuti nella tomba dei Guinigi - consiste in una protesi dentaria risalente al periodo compreso tra la fine del Trecento e il Seicento. Un esemplare databile prima di questo periodo non esiste in possesso degli studiosi, sebbene si sappia - dai documenti raccolti e studiati - che già gli Etruschi e i Romani si servivano di protesi per “riparare” le loro dentature sciupate. «La protesi dentaria rinvenuta nella tomba dei Guinigi - spiega infatti Simona Minozzi - è la prima testimonianza di protesi dentale di questo periodo storico e aggiunge un prezioso tassello alla storia dell’odontoiatria».

È formata, come si evidenzia dalle foto, da cinque denti mandibolari umani tenuti insieme da una lamina metallica in oro. La forma e le dimensioni la rendono adatta alla sostituzione dell’arcata anteriore della mandibola. I denti - canini e incisivi senza rispettare la corretta sequenza anatomica, appartengono a individui diversi. I denti sono tenuti insieme da una sottile lamina d’oro alla quale i denti sono fermati con piccoli perni. Non è stato ancora possibile individuare a chi, dei Guinigi, appartenesse la protesi. Spiega infatti sempre la dottoressa Minozzi che le ricerche degli archeologi hanno interessato «i due cassoni interrati nel pavimento della cappella Guinigi utilizzati come tombe di famiglia: una per le donne, una per gli uomini, anche se nel tempo la suddivisione non è stata così rispettata».

Quando qualcuno della famiglia moriva, la salma veniva introdotta nel cassone. Col tempo il legno si disfaceva e il corpo scivolava su tutti gli altri. Per questo non è stato possibile, almeno finora «risalire alla mandibola che teneva la protesi ritrovata - continua la studiosa -. Si tratta comunque di un ritrovamento eccezionale: per tipologia di fattura la protesi è innovativa. Nei trattati medici del Cinquecento non se ne trovano di questo genere. All’epoca poi esisteva un traffico di denti venduti, o di denti di cadavere. Ma nessuno aveva inserito denti su una lamina d’oro e li aveva fissati con dei perni. La novità sta nel modo in cui la protesi è stata realizzata: lascia chiaramente capire che i Guinigi avevano ottimi medici».

Al di là degli aspetti più curiosi di una simile scoperta, il fatto è che scoperte del genere consentono, in pratica, di ricostruire e leggere la storia - in questo caso della famiglia dei signori di Lucca - secondo un taglio e una prospettiva diversi. «Rispetto alla popolazione rurale della zona, i Guinigi - continua la professoressa Minozzi - vivevano molto più a lungo, ma avevano denti pessimi: una quantità di carie rapportabile ai tempi moderni. Forse mangiavano molti zuccheri. Di certo avevano medici che sapevano curarli».

La scoperta, già pubblicata sulla rivista Clinical Implant Dentistry and Related Research, continuerà ad essere studiata. «Adesso - annuncia la dottoressa Minozzi - studieremo altri scheletri e continueremo a cercare la mandibola sulla quale era appoggiata la protesi». Finora, le analisi del reperto sono state condotte grazie a una tecnologia Micro Ct, una tomografia computerizzata che permette di vedere anche i dettagli a una risoluzione molto elevata e permette di vedere gli interni. Grazie al finanziamento della Fondazione Crl e alla collaborazione della Soprintendenza, in particolare del dottor Giulio Ciampoltrini ad oggi, conclude la studiosa, è stato possibile studiare buona parte degli oltre duecento scheletri della famiglia Guinigi. Durante altri studi, come noto, sono stati individuati anche gli scheletri delle tre mogli di Paolo Gunigi, tra cui Ilaria Del Carretto. Le tre donne però erano seppellite in tombe singole.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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