Sicurezza
Ilaria, da Lucca a New York nel segno della ricerca
La giovane biologa è all’Albert Einstein College grazie alla Fondazione Crl «In Italia non avrei mai potuto fare tutto questo. Ora il mio futuro lo vedo qui»
«In Italia non avrei mai potuto fare tutto questo». Tutto questo è l'attività di ricerca, nel suo caso su una proteina in grado di ritardare lo sviluppo dell'insufficienza cardiaca. La lucchese Ilaria Russo, 34 anni, biologa con vari master post laurea tra cui in biomedica e in scienze farmacologiche, la sta studiando dal 2014 insieme con il suo team dell'Albert Einstein College di New York. Un lavoro tanto importante da averle garantito la presentazione pubblica in uno dei maggiori congressi scientifici del mondo: quello dell'American Heart Association, in programma a New Orleans dal 12 al 16 novembre. «Partecipare come relatore a questo congresso – dice la ricercatrice – è il sogno nel cassetto di tutti quelli che fanno ricerca in questo campo. Compresa me». Il suo turno davanti al fior fiore mondiale degli studiosi di cardiologia sarà martedì 15.
La borsa di studio. A New Orleans esporrà i risultati finora raggiunti nei laboratori dell'istituto newyorchese, dove è arrivata a dicembre 2014 grazie a una borsa di studio della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. In totale trentamila euro per due anni, stanziati dall'ente lucchese attraverso uno dei tanti bandi che destina periodicamente alla ricerca. A dicembre 2016 il bando scadrà, ma Ilaria non avrà più bisogno di borse di studio: ha già pronta l'assunzione al College per altri due anni. E poi? «Non so – risponde -, ma non tornerò in Italia. Il mio futuro lo vedo qui perché è qui che penso di potermi sentire realizzata dal punto di vista lavorativo».
Costretti alla “fuga”. Ecco il tasto dolente, su cui la ricercatrice esprime tutto il suo rammarico. «In Italia non avrei mai potuto fare tutto questo – dice - perché la ricerca è considerata una perdita di tempo, non una crescita per il Paese: una mentalità da cambiare radicalmente, da cui deriva anche la prassi di dare i pochi soldi a disposizione non a chi merita, ma chi ha conoscenze e un nome famoso. Non c'è spazio per noi giovani ricercatori, siamo costretti ad andare via. Come diceva il grande Dulbecco, è una fuga-non fuga, perché nessuno ci insegue».
I primi passi. La scienziata non dimentica, tuttavia, di aver mosso i primi passi in Italia. «Esistono eccellenze mondiali – sottolinea –, ma il discorso torna sempre lì: non si investe abbastanza, per cui non si attirano nemmeno i ricercatori dall'estero e alla fine le qualità vengono sprecate». Lei proviene da una di tali eccellenze, l'Istituto Mario Negri di Milano, dove dieci anni fa, ancora studentessa, iniziò l'attività di ricerca e ha lavorato ininterrottamente fino al 2014, quando le si è presentata l'opportunità del bando della Fondazione lucchese. Opportunità colta al volto e per la quale si dice eternamente grata all'ente della sua città natale, oltre che all'istituto milanese dove ha imparato.
New York New York. Lei, a New York, sta bene. «Non riesco a trovare niente che non vada – confessa -. È una città meravigliosa, vibrante, folle, contrastata, ti offre tantissimo. Impossibile non amarla». Ma un rapporto d'amore è anche quello che la lega al suo lavoro. «Non esistono orari: entro la mattina tra le 9 e le 10, senza timbrare alcun cartellino, e posso arrivare fino alle 10 di sera. È un lavoro che ti impregna l'anima, sei tu con il tuo progetto e niente altro, perdi la nozione del tempo». Quanto all'accoglienza nei suoi confronti, non ha mai avvertito pregiudizi. A New York – racconta - ci sono persone di tutto il mondo, negli ambienti universitari e della ricerca ancora di più, quindi nessun problema.
Orgoglio lucchese. Anzi, la giovane studiosa ha vissuto un momento di grande orgoglio quando, nel presentarla ufficialmente al Dipartimento, il suo capo l'ha introdotta così: «Si chiama Ilaria Russo ed è nata nella città di Giacomo Puccini». Dell'Italia gli americani – rivela – adorano appunto la musica, il cibo e le bellezza dei luoghi. Per il resto, si lasciano andare ai classici luoghi comuni, in particolare riguardo ai politici. «Ma dopo l'elezione di Trump – dice – dovranno pensarci bene prima di parlare».
Trump, doccia gelata. Già, lo shock dell'8 novembre. «È stata una doccia più che gelata – ammette -. Ho sempre pensato che Hillary Clinton sia una donna concreta, competente e capace di governare. Qui viene descritta come una persona in grado di concretizzare, di fare, di concludere. Avrei voluto averla come presidente e, come me, la voleva tutto l'ambiente dei ricercatori. La Clinton ha vinto, tra i grandi elettori, nella East e nella West Coast. Sarà un'interpretazione un po’ spocchiosa, ma è nella East e nella West Coast che risiedono le migliori università del mondo – Harvard, Mit, Columbia, Yale, Stanford – e il più alto livello culturale in un Paese che, escludendo quegli Stati, resta gretto e radicato in tradizioni stantie».
Per carità, i nani no. A questo punto la comune speranza – confessa la ricercatrice – è che Trump, a giudizio suo e di molti altri persona completamente incapace, si circondi di uno staff competente e faccia passare al volo, e in maniera indolore, i prossimi quattro anni. «Ma speriamo soprattutto – conclude scherzosamente – che Melania Trump non voglia mettere sul serio i nani d'oro in giardino alla Casa Bianca, come a quanto pare ha voluto far sapere nell'incontro privato con Michelle Obama».
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