Italia
«Con Ugo, sul set: così conobbi Lucca»
Ricky Tognazzi, ospite alle Conversazioni in San Francesco racconta i primi passi nello spettacolo e nella nostra città
LUCCA. «Sono nato nel cinema. Mio padre era come quegli artigiani che la sera si portano il lavoro a casa. A fine giornata, davanti al caminetto, ci descriveva le scene che aveva girato, le rifaceva davanti a noi, sottolineando quello che non andava e chi non gli andava a genio. E ci faceva tanto ridere».
Con un flash preso dalla sua vita, Ricky Tognazzi si racconta al Tirreno. E racconta suo padre Ugo, uno dei mostri sacri del cinema italiano, scomparso nel 1990 a 68 anni.
Lo fa a poche ore dall'incontro serale di venerdì 11 con Marino Bartoletti nella chiesa di San Francesco, penultimo appuntamento delle “Conversazioni in San Francesco”, la rassegna promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio con l'organizzazione del Comitato Nuovi Eventi e quest'anno incentrata sul tema della famiglia.
Per Tognazzi è un gradito ritorno in Lucchesia a distanza di otto mesi: a marzo scorso, infatti, proprio al teatro Accademico di Bagni di Lucca è partita la fortunata tournée di “Figli, mariti e amanti”, la commedia scritta dalla moglie Simona Izzo, di cui è regista e, con lei, protagonista in scena.
Quando è stato a Lucca la prima volta?
«Quasi quarant'anni fa, quando Ugo (così chiama spesso il padre, ndr) vi girò “Arrivano i bersaglieri” di Luigi Magni. Lo venivo a trovare, ma avevo anche una piccola parte nel film. In seguito ho avuto diverse occasioni di tornare, anche se non mi sono mai trattenuto a lungo e quindi non la conosco bene. Ma ho sempre apprezzato passeggiare nelle sue vie. La trovo una città particolarmente bella e accogliente, come gran parte della Toscana».
Ha mai pensato di girarci un film?
«Finora non è capitato, ma chissà che non succeda. C'è tutto il tempo».
Il tempo di Ugo, invece, quando scattò?
«In un periodo difficile e duro come la guerra. Figlio di un assicuratore, non voleva continuare a fare il ragioniere a Cremona. Aveva bisogno di uscire dall'anonimato e, da militare, si mise a organizzare spettacoli per i commilitoni. Del resto si era sempre distinto, anche quando era giovanissimo, per la grande capacità di intrattenere gli altri, di farli sorridere. In quel momento pur difficile e terribile come la guerra riuscì a capire che quella era la sua strada, era quello che sapeva e voleva fare».
La più grande dote di suo padre?
«Non ce n'è una sola, ma tante. Al carisma naturale univa tenacia, forza e consapevolezza. Come molti altri della sua generazione. È stata una generazione forte, come dimostra ciò che hanno fatto di grande nel cinema».
Lei avrebbe mai potuto fare un altro mestiere?
«Non lo so, non ci ho mai pensato. Sono stato un ragazzo di bottega, nel mio caso la bottega del cinema, ed ho imparato giorno dopo giorno. Da adulto, quando è arrivato il momento della scelta, è stato naturale continuare su questa strada e non diventare, che so, notaio o farmacista. Ma è stato così anche per i miei fratelli, lo è per mia figlia, che lavora a Londra nei video musicali. E poi c'è la famiglia di Simona, tutti doppiatori, attori, cantanti, registi, sceneggiatori, musicisti. Siamo una grande famiglia di spettacolo».
Le maggiori soddisfazioni della sua carriera?
«Come attore, recitare in “La famiglia” di Scola; come regista i film “Piccoli equivoci”, “La scorta”, “Ultras” e “Canone inverso”».
E la televisione?
«La tv dà una straordinaria popolarità. E mi ha dato l'opportunità di far conoscere i grandi italiani agli italiani dirigendo alcuni lavori molto gratificanti ed emozionanti, come i film su Mennea, Boris Giuliano, Papa Giovanni XXIII, Tortora».
Il prossimo lavoro?
«Ancora una commedia di Simona, che uscirà al cinema alla fine di febbraio, con Barbora Bobulova e Max Gazzè. Quello con Simona è un sodalizio fondamentale, veramente importante. Non sarei quello che sono senza Ugo, ma anche senza di lei».
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