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Il pm chiude le indagini sull’assassino di Vania
L’esame del cellulare fuga ogni dubbio: per l’accusa fu un omicidio premeditato Russo nella notte precedente al delitto entrò in casa dalla ex e rubò il telefonino
LUCCA. Meno di novanta giorni per terminare le indagini su uno dei più efferati delitti di sempre avvenuti in Lucchesia. Nella tarda mattinata di ieri uno dei legali dell’assassino di Vania Vannucchi, l’infermiera arsa viva per mano del suo ex Pasquale Russo che non si rassegnava all’idea di averla perduta, ha ricevuta la notifica dell’articolo 415 bis: l’avviso di conclusione delle indagini. L’atto con cui la procura informa l’indagato che sta per diventare imputato e serve - oltre a render noto che il pm Piero Capizzoto sta per esercitare l’azione penale nei confronti di Russo - a permettere all’avvocato Paolo Mei (che assieme a Gianfelice Cesaretti ha assunto la difesa dell’ex dipendente di una cooperativa che lavorava per l’Asl) di preparare la difesa avanzando eventualmente alcune richieste al pubblico ministero. Prima tra tutte una perizia psichiatrica sull’assistito che, ad oggi, si trova rinchiuso nel carcere di Prato dove in questi mesi ha ricevuto alcune visite da parte dei familiari. Subito dopo il femminicidio, i legali di Pasquale Russo nominarono lo psichiatra Massimo Marchi di Firenze rinunciando sul momento a una perizia tendente a stabilire la capacità di intendere e di volere del loro assistito nel momento in cui portava a compimento il crimine. Perizia che invece potrebbe essere riproposta una volta che gli avvocati entreranno in possesso di tutte le carte processuali che adesso sono state depositate. L’impressione è che il dibattimento - che si terrà davanti al gup e con rito abbreviato che presuppone uno sconto di pena - si basi essenzialmente sul vizio parziale di mente. Di fatto l’unica possibilità per la difesa di evitare l’ergastolo a Pasquale Russo.
I capi d’imputazione. Dall’avviso di conclusione delle indagini si evince che la procura procede per i reati di stalking, furto in abitazione aggravato ed omicidio aggravato da crudeltà e premeditazione perchè commesso ai danni di una persona già vittima di atti persecutori da parte dello stesso autore dell’omicidio.
Un mare di bugie. Dalle indagini condotte dalla squadra Mobile diretta dal commissario Silvia Cascino emerge l’inattendibilità della versione dei fatti resa nel corso dell’interrogatorio di garanzia dall’ex dipendente della cooperativa residente a Segromigno. Dai riscontri telefonici - verificati attraverso la copia forense - risulta con evidenza come vittima e carnefice avessero avuto sino a maggio una relazione. Un particolare che l’indagato ha negato al pm sostenendo prima che l’infermiera era una collega di lavoro e, successivamente, che il loro rapporto era cessato 7-8 mesi fa. I messaggi sul cellulare testimoniano che, sino a un paio di mesi dal delitto, i protagonisti erano in contatto. Il furto del cellulare. Dalle carte emerge con identica chiarezza come il furto del cellulare di Vania Vannucchi avvenne la notte tra il primo e il due agosto 2016, dodici-quattordici ore prima del feroce assassinio. Russo, che conosceva bene la casa e le abitudini di Vania, scavalcò il cancello, salì sul barbecue in muratura e da lì sul tettino in plexiglass lasciando pure una sua impronta. A quel punto giunse al davanzale della finestra sapendo di trovarla aperta. Entrò e s’ impossessò del cellulare. Solo al mattino dopo, quando il figlio dell’infermiera aveva provato a formare il numero senza ricevere risposta, Vania intuendo chi aveva commesso il furto si decise a presentare una denuncia ai carabinieri del Giannotti. A tradirla è stata la sua generosità, la sua estrema fiducia nel prossimo. Invece di farsi accompagnare da qualcuno è andata a quell’appuntamento con lo spasimante, fissato dietro all’ex ospedale, convinta che si sarebbe ripresa il cellulare. Un’imprudenza pagata con la vita.
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