Gioco
Alloggi popolari da demolire, gli assegnatari di San Vito non ci stanno: «Ce ne andiamo solo da morti»
Protesta contro il Comune che ha chiesto finanziamenti per i progetti di riqualificazione delle periferie
LUCCA. Intonaci e pezzi di terrazzo che volano in strada. Macchie nere di umidità un po’ ovunque. Grondaie squarciate. Auto abbandonate in mezzo ai cortili. Con vetri rotti e ruote a terra. Graffiti sulle mura annerite. Qualche lucchese lo chiama ancora il Bronx, come a voler marcare una netta divisione tra la Lucca città d'arte, turistica, pulita e riservata e quella periferia popolare così diversa. Dalle “famose” Mura il quartiere San Vito dista, però, meno di due chilometri. C’è chi qui è nato e vive da oltre cinquant’anni. E di lasciare il Bronx proprio non ci pensa. Legami e radici che ricordano poesie e racconti di pasoliniana memoria.
Legami e radici che sono recalcitranti al cambiamento, anche se potrebbe cancellare con qualche ruspa tutti i segni del tempo che scorre e del degrado. Sì perché con il progetto “Quartieri social” il Comune di Lucca vuole cambiare volto a due quartieri: San Concordio e, appunto, San Vito.
Per questo ha fatto richiesta alla Presidenza del consiglio dei ministri di un finanziamento di oltre 16 milioni di euro. Altri quattro ne metterà proprio l’amministrazione mentre il resto, fino ad un tetto di 23 milioni e mezzo, verrà finanziato da Erp e Parrocchia di San Vito e diversi soggetti locali che operano nel terzo settore. Uno dei punti chiave sta nelle ruspe: 7 milioni e mezzo per radere al suolo e ricostruire una palazzina che si affaccia su piazza Ariosto. Il problema? Chi ci vive, 35 famiglie di cui 33 assegnatarie di una casa popolare, non ha la minimia intenzione di muoversi da lì.
«Lo farò soltanto dentro alla bara». Spiega Laura Nencioni, che abita al quarto piano dell’edificio. «Qui ci sarebbe bisogno di manutenzione straordinaria - continua la donna -. Un pezzo del mio terrazzo, ad esempio, è caduto dal quarto piano in strada. Ma alla fine non è mai stato sistemato. Comunque di qui non me ne voglio andare».
E come lei la pensano un po’ tutti i residenti, per buona parte sanvitesi doc. Definirla periferia può pure risultare strano, in realtà San Vito è una sorta di universo parallelo. Le due porte per lo Stargate sono via Corsica e via Sardegna. Due strade sulle quali si affacciano palazzine costruite negli anni ’30 per dare una risposta all’ampliamento dell’insediamento urbano. Abitazioni popolari come quelle del “Villaggio Olimpico”: più di 400 appartamenti costruiti anche con i fondi delle olimpiadi del 1960 di Roma. E proprio di quel periodo è anche la palazzina a forma di elle che si affaccia su piazza Ariosto.
Un graffito sulla parete che si affaccia sulla strada e nel cortile che separa l’edificio auto abbandonate ormai ricettacolo di rifiuti. E poi, evidenti, il segno del tempo che passa, dai terrazzi che si “sfaldano” fino ai problemi di umidità. Ma da qui nessuno vuole spostarsi, neanche per un periodo provvisorio.
«Vivo al primo piano da più di 50 anni e mio marito è disabile e di spostarmi proprio non ci penso - spiega Carla Galli -. Del progetto, anche se preliminare, nessuno ci ha detto niente. Lo abbiamo saputo soltanto dai ragazzi del Collettivo di lotta per la casa con la quale abbiamo fatto una riunione».
C’è chi propone una soluzione intermedia. «In oltre 50 anni gli interventi di manutenzione straordinaria non sono stati moltissimi - spiega Sergio Passetto -. Forse una soluzione migliore potrebbe essere quella di rifare i balconi e sistemare grondaie e infiltrazioni di umidità, se proprio ci sono risorse rifare anche il tetto. Poi che quali tempi sono previsti per l’eventuale demolizione e ricostruzione di questo edificio? Capiamo che la proprietà non è nostra e noi siamo soltanto assegnatari, ma vorremmo sapere meglio dal Comune tutti i dettagli di questa operazione».
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Le reazioni di amministrazione ed Erp.
«Chi sono i rappresentanti del Collettivo? Quello che stanno facendo è una sorta di terrorismo con gli abitanti delle case popolari di piazza Ariosto. In certe situazioni bisogna essere chiari e non fare campagna elettorale».
L’assessore al sociale Antonio Sichi da un lato va giù durissimo e risponde alle accuse mosse alcuni giorni fa dal Collettivo di lotta per la casa di Lucca (che accusava il Comune di voler promuovere un progetto, quello dei “Quartieri social” che riguarda anche San Vito, senza darne informazione ai diretti interessati). Dall’altro tranquillizza i cittadini.
«Nel comunicato del Collettivo si dice che il Comune non ha promosso alcuna iniziativa di informazione - spiega Sichi -. Questo non è vero, visto che di recente è stato fatto un incontro pubblico all’ex circoscrizione in via Simonetti. Prima di passare casa per casa, poi, dobbiamo vedere se e per quanto verrà finanziato il progetto “Quartieri social”. Adesso è prematuro presentarlo alla gente e poi tra due mesi dire che non se ne farà di nulla».
Come mai la scelta di demolire e ricostruire quella palazzina. «Ci sono aspetti tecnici e altri legati alle condizioni di una struttura risalente a più di 50 anni fa che richiedono un intervento radicale - dice ancora l’assessore -. Abbiamo chiesto un finanziamento alla Presidenza del consiglio dei ministri e quelle dei finanziamenti sono occasioni da non lasciarsi sfuggire per riqualificare intere zone della città. Posso capire il disagio dei cittadini, ma quando sarà il momento valuteremo le necessità e problematiche delle varie famiglie. Per loro questa è un’opportunità e bisogna ricordare che un’operazione del genere è stata fatta a Pontetetto, con 48 appartamenti demoliti e tra questi c’erano 6 proprietari».
A San Vito gli appartamenti sono 35 e solo 2 sono di privati.
«I residenti non si devono preoccupare - spiega il presidente di Erp Francesco Franceschini -. Il progetto andrebbe a migliorare la sicurezza delle case nelle quali gli assegnatari andranno a vivere, secondo anche le norme previste oggi. Bisogna ancora aspettare che il finanziamento arrivi ma nessuno andrà a finire in mezzo alla strada. Tecnicamente ho solo dato la mia adesione ad un protocollo di intesa con tecnici che sono andati chiaramente a fare le verifiche del caso e altre le faranno in futuro. Non ci saranno forzature, ma solo un percorso condiviso con tutti».
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