Sicurezza
Capitale della Cultura quello che serve è il lavoro di squadra
Marcucci e Tambellini, partendo da posizioni diverse, dicono “sì” alla proposta. Ma mettono in luce i problemi
Due settimane fa Flavia Piccinni, nella sua rubrica per “Il Tirreno”, lanciò l’idea di candidare Lucca a Capitale della Cultura per il 2020. Ecco cosa pensano di questa proposta due importanti esponenti istitutzionali.
di FLAVIA PICCINNI
«Il sistema lucchese, che va oltre il comune capoluogo, può certamente ambire alla candidatura di capitale italiana della cultura. C'è una unica condizione, che fino ad oggi è mancata: la capacità di parlare con una voce sola, di mettere a sedere attori diversi, pubblici e privati, in una parola di sapersi coordinare per arrivare ad un’offerta integrata».
Mi dice questo il senatore Andrea Marcucci, quando gli domando di Lucca Capitale della Cultura. Parole che si sovrappongono a quelle del Sindaco Alessandro Tambellini: «Sono favorevolissimo ad una candidatura della nostra Città a Capitale Italiana della Cultura, ma questa potrà essere presentata solo dopo aver completato l’importante recupero artistico-culturale del patrimonio esistente, ed aver fatto prendere coscienza e consapevolezza a tutti i soggetti interessati dell’importanza e degli effetti positivi che potrebbero nascere da una simile candidatura. La candidatura mi pare un obiettivo raggiungibile».
Fra queste due posizioni - che partono però da due punti di vista opposti, e che forse si configurano come due binari eternamente distinti - è racchiuso il senso della questione. Ma partiamo dall’inizio. Due settimane fa in questa rubrica avevo lanciato la proposta di candidare Lucca come capitale della Cultura 2020. Avevo raccontato del Festival di Mantova, dell’indotto economico che questa manifestazione nata dal desiderio di otto cittadini vent’anni fa porta ogni anno in un piccolo e grazioso centro distante da tutto. Avevo raccontato di Pistoia, eletta capitale della cultura nel 2018, e di quel ruolo che la nostra bellissima città - bellissima e un po’ addormentata, verrebbe da dire - potrebbe avere.
Un ruolo da protagonista, che potrebbe essere ottenuto per una volta non dal desiderio del singolo, ma da quello di un gruppo di lavoro esteso e in grado di coinvolgere cittadini e scuole insieme alle istituzioni. Ottenuto, insomma, come tandem collettivo e non come innesto del desiderio altrui sulla pelle della città. Naturalmente, non ci fu alcun riscontro.
Per un attimo mi parve di sentire le parole di Charles Bukowski riecheggiare da Via Fillungo a Piazza Santa Maria, passando per Via San Paolino e il Duomo: «Sono indifferente alla distruzione della razza umana, non me ne importa niente. Se spazzassero via tutta l'umanità non si perderebbe niente». Mi pareva che il silenzio equivalesse a questo, ma forse il mio cinismo era eccessivo.
Eppure il cinismo in momenti di stallo come questo non guasta, perché nonostante le due dichiarazioni di intenti che ho raccolto e citato poco fa (cui sarebbe bello seguissero delle posizioni concrete), continuiamo a essere impantanati in un fango pseudoculturale che ci arriva alle caviglie, e di cui nemmeno ci rendiamo conto. Siamo immobili in una casa di porcellane, a guardare con meraviglia i profili delle ballerine: ne studiamo le sopracciglia ad ali di gabbiamo, le gote rosa, le labbra a cuore. Gioiamo per quello che abbiamo, anche se spesso non abbiamo fatto proprio niente per difenderlo; come nel cas. o dei Comics, per anni considerati una neoplasia cittadina e adesso riabilitati esclusivamente per l’indotto economico e di visibilità che portano alla città.
Intanto, disquisiamo con uguale cognizione di causa di spazzatura e di cultura, di turismo e delinquenza. Navighiamo in una scala di valori che ondeggiano dalla serenità perpetua che gradiremmo trovare in città, al pressappochismo ostile cui guardiamo al futuro. In mezzo ci sono le proposte, i suggerimenti e le idee. In mezzo c’è un’idea di collaborazione che manca, e che si frammenta nella visione del cittadino e del politico con ugual forza e prospettiva (leggere l’incipit per valutarne la portata).
Ci vorrebbe un lavoro di squadra, che storicamente manca a questa città, per trasformare il parlarsi addosso nell’ascoltarsi. C’è una frase di Emil Cioran che mi è tornata in mente pensando a questa storia. Si tratta di un frammento di Il funesto demiurgo, che quando uscì negli anni Sessanta (il 1969, per la precisione) fece molto scalpore. La frase recita «Si distrugge una civiltà soltanto quando si distruggono i suoi dèi». Qui a Lucca non stiamo distruggendo gli dèi di nessuno, ma stiamo facendo in modo di non crearne di nuovi. E questo, forse, è ancora peggio.
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