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“Lucca solidale” alla Luminara con migliaia di fedeli

di Barbara Antoni
“Lucca solidale” alla Luminara con migliaia di fedeli

LUCCA. Il rosso e il nero. Il rosso dei fiori che riempiono il cuscino a cuore sulla croce di ferro e il drappo nero che la avvolge. Il rosso dell’amore per il prossimo, il nero cupo della morte. Con...

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LUCCA. Il rosso e il nero. Il rosso dei fiori che riempiono il cuscino a cuore sulla croce di ferro e il drappo nero che la avvolge. Il rosso dell’amore per il prossimo, il nero cupo della morte. Con questa simbologia forte che richiama il lutto di un paese intero, l’Italia, per il terremoto che l’ha sconvolta il 24 agosto inghiottendo trecento vite umane, la processione della Santa Croce ha inizio da piazza San Frediano. Sono le venti esatte di martedì 13 settembre quando il corteo infinito parte. Marco Bernardi, lucchese, è in prima fila. Indossa la giacca con gli alamari e la passamaneria dorata: è uno dei due portantini dell’enorme stendardo che raffigura il Volto Santo, rimesso a nuovo quattro anni fa dal restauratore Massimo Bonino grazie a un contributo della Fondazione Crl. Un ruolo che Bernardi svolge con passione da trentuno anni: «Ho cominiciato che avevo diciotto anni - racconta -. Una tradizione di famiglia cominciata con mio nonno».

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Il suo breve racconto è uno degli emblemi della processione della Santa Croce: il senso della tradizione, della religione come identità aggregante di una popolazione ben più vasta dei confini della città di Lucca. Infatti il corteo, che da piazza San Frediano sfila per un’ora intera, in modo incessante, verso via Fillungo e diretto in piazza San Martino per assistere alla messa in Cattedrale, partecipano parrocchie, associazioni di volontariato, compagnie provenienti da tutto il territorio provinciale: da Viareggio alla Garfagnana, con la Piana e fino al capoluogo, Lucca.Un corteo senza campanili, dentro il quale la partecipazione emotiva, il senso di appartenenza e di comunità si respirano a pieni polmoni.

Anche rispetto alla processione di un anno fa la partecipazione è più massiccia, compatta, l’età media dei partecipanti più bassa: accanto alle persone anziane e di mezza età ci sono ragazzi e ragazze, giovani mamme e giovani padri con il passeggino, tanti bambini. E un anno dopo la prima volta alla processione, anche i profughi ospiti a Lucca e provincia trovano una nuova collocazione nel corteo religioso: non più in un gruppo distinto ma sparpagliati tra i gruppi delle singole associazioni e parrocchie. Un altro segnale forte, quello del percorso di integrazione avviato.

Dopo la croce a lutto e dopo lo stendardo del Volto Santo il primo gruppo è quello dei vigili del fuoco, i primi angeli della polvere accorsi in aiuto delle popolazioni colpite dal terremoto. Li seguono i volontari della Croce Rossa, dell’Adal, delle associazioni Don Baroni, Faism, Fratres, delle Misericordie e dell’Aido, della San Vincenzo de’ Paoli. E poi le parrocchie: Carignano, Filicaia, Aquilea, Tempagnano, Villa Basilica, Centro storico. Solo le prime di una lunghissima scia di rappresentanze parrocchiali, di schiere di fedeli che mormorano, cantando, «evviva la Croce».

A chiudere la processione le autorità, i sindaci - da Alessandro Tambellini di Lucca - ai primi cittadini di gran parte dei Comuni provinciali. “Lucca solidale con i terremotati” recita il cartello esposto da un gruppo nato all’interno della diocesi per sviluppare aiuti alle persone colpite dal sisma.

Per una buona parte, la processione deve la sua atmosfera suggestiva al perfetto risultato della luminara: le strade completamente buie illuminate dai soli lumini collocati e accesi dalla cooperativa Morelli incaricata dall’amministrazione lucchese che se ne è sobbarcata le spese. In Palazzo Orsetti, del resto, la processione ha avuto, come da tradizione il suo primo momento celebrativo, con un piccolo rinfresco preparato dal ristorante La Pecora nera di piazza San Francesco.

È passata un’ora da quando il corteo ha cominciato a sciogliersi. La signora Pina, che abita al Giannotti e che di processioni ne ha viste tante nella sua vita, è ancora lì, incantata a godersi lo spettacolo. Finché il marito le dice a voce bassa «è un’ora che passano». E lei: «Davvero? Non mi sono neanche accorta del tempo che passava».

In cattedrale, profonda commozione arriva dal commento del giovane Francesco, venuta da Saletta, frazione di Amatrice. «Nel mio piccolo paese c’erano trenta abitanti. Il terremoto ne ha portati via ventidue».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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