Il Tirreno

Lucca

Elio, il testimone di un mondo antico

di Luca Tronchetti
Elio, il testimone di un mondo antico

Curvo sul suo bastone osserva i vigneti e ricorda ottant’anni di trasformazioni: «Il nostro vino sulla tavola di Papa Wojtyla»

4 MINUTI DI LETTURA





GATTAIOLA. C’è un piccolo uomo curvo che come un pastore controlla le sue pecore da tempo immemore vigila su i vigneti e le colture. È una figura tenera e rassicurante testimone di un tempo dove la terra era sudore e fatica, ma anche pane e companatico e dove le stagioni avevano un loro significato e scandivano il lento incedere di un’esistenza più genuina e senza stress. Quell’omino che ti guarda con i suoi occhi cerulei da bambino e prima di salutarti ti regala un bastone di acacia ricavato con amore da un ramo della pianta si chiama Elio e di cognome fa Urbani. A piccoli passi trascina il peso dell’età, ma il ricordo è vivido e la memoria è lucida. Quell’azienda vitivinicola che prima della guerra era una vera fattoria con coltivazioni di varia natura e animali da cortile domenica 4 settembre, tra una settimana esatta, festeggia 120 anni e inviterà tanti amici. No, non è un errore di stampa. È tra l’aziende agricole più antiche della Toscana visto che la data di fondazione risale al 1896. A crearla fu nonno Massimo di ritorno dal Sud Africa. E da quel momento la tradizione di famiglia è proseguita: dal figlio Angelo ai nipoti Giuliano, scomparso anni fa, e appunto l’omino con il bastone che dall’alba al tramonto sta chino sui grappoli quasi ad ascoltare il soffio vitale della natura. Elio vola in alto come i gabbiani, ma a dirigere ci sono Massimo, Anna Rosa, Angelo e Francesca, i suoi angeli.

Dai diamanti alla terra. Massimo e Raffaello Urbani originari di Gattaiola alla fine dell’Ottocento emigrarono in Sud Africa. Il primo ebbe un’esperienza imprenditoriale a livello agricolo, il secondo trovò i diamanti. Rientrati in Lucchesia, Massimo rilevò il podere - all’epoca erano due ettari oggi ridotti ad uno - con vigneti, alberi da frutto, olivi, cereali, ortaggi vari e con un sistema di mezzadria portò avanti la piccola azienda familiare. Raffaello invece comprò la villa accanto alla terra oltre ad alcune imbarcazioni ancorate al molo di Viareggio e poi requisite durante la guerra dallo Stato. Insomma uno investì nella terra, l’altro nel mattone. «Oggi - commenta Elio - tra fare il vino e murare le case non so cosa sia meno conveniente. Credo che gli uni e gli altri la prendano in tasca». È schietto, arguto e genuino come il vino che producono i suoi filari quell’omino curvo sul bastone.

Il vino del Papa. Non lo dice perchè è umile e discreto. Ma il suo prodotto di qualità - che oggi finisce anche sulle tavole di privati in Germania, Francia, Svizzera e Stati Uniti - è stato servito a tavola anche a papa Giovanni Paolo II nella sua visita a Lucca il 23 settembre 1989. «Il merito fu dell’allora parroco di San Marco, don Antonio Tigli. Papa Wojtyla e gli altri cardinali venuti a Lucca alloggiavano alla Casa delle Suore. Il sacerdote conosceva il nostro vino e avemmo così l’opportunità di fornirlo al Santo Padre. Com’è andata? Nessuno è venuto a lamentarsi».

L’erpice a rotazione. Nel periodo autarchico del fascismo Angelo, il padre di Elio, dotato dell’ingegno contadino creò l’erpice a rotazione utilizzato per rompere le zolle e dissodare il terreno in vista della semina, per interrare il concime o per rompere il manto erboso. «Era tondo e sminuzzava perfettamente la terra. Mio padre lo presentò nel 1929 alla fiera di Verona e vinse anche un premio di centomila lire. Da bambinetto ero affascinato da lavoro nei campi, ma lui non voleva che imparassi. Mi mandava via. E io prima obbedivo, ma dopo cinque minuti ero di nuovo lì. Sono cresciuto e vissuto tra queste terre. Stagione dopo stagione, raccolto dopo raccolto».

Calcio e vigneti. Racconta Elio: «Mi piaceva il calcio che per me era la Lucchese. Sergio Orlandi veniva sempre da noi per comprare il suo vino preferito: il Tokai. E negli anni Novanta sono andato anche in trasferta. Ma più che la partita mi affascinava ciò che vedevo in viaggio: il tipo di coltivazioni, il modo di curare i vigneti, Ho imparato tanto anche osservando».

La festa dell’uva. Negli anni Trenta le auto scarseggiavano e la Ztl non esisteva nei centri storici: «Nel periodo della vendemmia mio padre e altri con un carretto tirato da buoi o da cavalli andava in città per regalare l’uva e vendere le fiaschette con il vino novello». Era quello il modo di sponsorizzare i nostri prodotti. «C’erano poi feste popolari dove si ballava e si cantava al suono della fisarmonica. C’era allegria con il vino forte e frizzante».

Riconoscimenti e uve. Per i 150 anni dell’unità d’Italia la società agricola Fratelli Urbani ha avuto un riconoscimento dallo Stato come azienda storica. «Abbiamo iniziato a produrre Cabernet, Merlot, Barbaresco Nebiolo, Dolcetto per poi passare al Greco, al Verduzzo, al Sangiovese. Mi è sempre piaciuto sperimentare. Sono arrivato a più di 30 qualità di uva. Trattamenti particolari? Rame, zolfo e roba biologica. Se devo scegliere un vino dico il Canaiolo. Un bianco che ha avuto successo e che resta il mio preferito».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La manifestazione

Firenze, oltre 2.000 studenti in corteo: «Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente»

di Redazione Firenze